Il percorso di Elisa… (chapter fourteen)

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Elisa aveva preso tantissimi aerei ma mai un elicottero, l’emozione di poter osservare il mondo a bassa quota mitigava l’ansia che la pervadeva da dieci giorni, da quando il Padrone le aveva inviato quella strana missiva: “passerà un mio incaricato a prenderti il 9 settembre alle ore 9 precise, sii puntualissima, porta solo te stessa e niente altro”.

Sorvolando la macchia Umbra viveva la rassicurante sensazione che il ritmico rumore dei rotori coprisse i suoi pensieri laidi frutto di una vanità non ancora completamente sotto controllo, l’elicotterista pareva esser uscito da un film d’azione Americano. Aiutandola a salire a bordo aveva spudoratamente guardato tra le sue cosce, inevitabilmente aperte, indugiando sullo sfacciato e carnoso cameltoe, stessa attenzione alle rigogliose mammelle imprigionate in una stretta scollatura. Per un solo attimo la donna pensò di mettergli una mano sul cazzo in modo da saggiarne consistenza e volume, era convinta fosse eretto e immaginò una fellatio in volo, si riprese subito rimproverandosi, il Padrone si sarebbe adirato oltre modo e l’avrebbe punita crudelmente.

La voce decisa e virile dell’uomo penetrò nelle sue orecchie: “stiamo per arrivare”. In mezzo ad una fitta boscaglia lei vide la sagoma del fabbricato, un pentagono perfetto con sul tetto piatto una grande H al centro di un cerchio bianco, capì che sarebbero atterrati lì. Prima di liberarla dalle cinture di sicurezza, senza curarsi minimamente di non toccarla, il pilota la fisso negli occhi per qualche secondo da sotto i suoi occhiali specchiati, Elisa pensò che lui fosse a conoscenza del suo immediato futuro, provò ancora una volta quella immediata vergogna traditrice che le mandava in erezione capezzoli e clitoride. Compiendo qualche passo incerto sotto il vortice prodotto delle pale vide il vano ascensore indicatole dal pilota.

foto2L’uccello metallico riprese il volo rapidamente, lei si infilò in una specie di montacarichi e premette il tasto “loft”.  Giunta nel locale venne colta da quell’irresistibile stallo ipnotico che esercitano paura e mistero quando si ibridano con l’attrazione. I cinque lati erano lunghi circa dieci metri l’uno ed alti quattro, tre pareti composte da enormi specchi e due da muri neri, uno attrezzato come cucina con tanto di congelatori pieni di vivande in grado di garantire una lunga autonomia alimentare, l’altra era al buio. Si avvicinò lentamente in punta di piedi, quando il suo corpo attivò i sensori della luce le apparvero un asse da stiro, una cesta piena di camicie che riconobbe essere del Padrone, prodotti e attrezzi per la pulizia domestica.  Solo allora notò che in quell’enorme locale non avrebbe trovato un granello di polvere, tutto splendeva ma intuì che nessuno avrebbe più pulito, nessuno tranne lei, quella parete esprimeva alla perfezione il concetto di cagna/serva che aveva il Padrone. Nella zona notte troneggiava un enorme letto a pochi centimetri da una delle pareti a specchio. Le altre due erano allestite a salotto, con un grande divano a ferro di cavallo in velluto nero, e a zona camerino open space, numerose staggere con tantissimi abiti appesi di varie epoche storiche e moderne, c’erano anche un paio di bauli antichi pieni di lingerie ed un grande scaffale che dava alloggio ad una infinita quantità di scarpe, sandali e stivali di varia foggia. Il Padrone aveva provveduto a tutto, finito di esplorare il perimetro si diresse verso il centro, anche qui si accese la luce, c’era il bagno, lavandino, bidet, doccia e turca erano chiusi in una gabbia di vetro, la disposizione dei sanitari era stata studiata in modo da eliminare ogni intimità, si sentì nuda e vulnerabile come non mai, prese a respirare lungo per scongiurare un imminente attacco di panico.

Seduta sul divano iniziò a leggere la lettera scritta a mano che aveva trovato sul tavolino: “cagna adorata, il Padrone ti è vicino e ti vede”. Dall’elicottero aveva notato una dependance a pochi metri dal “pentagono”, forse Lui era lì, scandagliò con gli occhi il loft in cerca di telecamere, no, assolutamente no, il Padrone non desiderava certo una situazione da reality, la vedeva perché la percepiva, la intuiva, la leggeva. Aveva piazzato videocamere virtuali nella stanza dei suoi pensieri, ascoltava la voce della sua intimità, riceveva i segnali della sua sessualità.

Quella strana costruzione non aveva finestre né balconi, non c’erano porte visibili oltre a quella dell’ascensore, non vi erano nemmeno tv, stereo e pc, un silenzioso climatizzatore garantiva il ricambio d’aria e una gradevole, costante temperatura. Quando Lui le aveva parlato di una “fase introspettiva”, vissuta full time, in un contesto che l’avrebbe depurata da dubbi e titubanze, non immaginava certo di ritrovarsi inginocchiata su un simile banco di prova. L’avventura con quell’uomo era iniziata da un tempo relativamente breve ma intenso, i lunghi dialoghi, le “lezioni” impartite e la sua intelligenza di donna recettiva e consapevole, erano più che sufficienti per poter interpretare nel modo giusto la situazione che si apprestava a vivere.

Ciò che gli altri avrebbero chiamato gabbia per Lui era una “oasi”, ciò che gli altri avrebbero chiamato prigionia per Lui era unfoto3 “viaggio nell’io”, la negazione della privacy, durante le funzioni corporali, non era dovuta a perversioni estreme bensì alla “esasperazione della vergogna”. Durante il suo soggiorno nel loft avrebbe cucinato e lavato i piatti, pulito il pavimento e stirato le camicie, mansioni espletate e vissute come metafore, un tangibile asservimento finalizzato a due obiettivi che ancora ignorava. Al Padrone non interessava assolutamente verificare le sue doti di massaia, a Lui premeva scavare un profondo fossato tra la donna in carriera vincente, sicura, forte, decisa e la cagna devota e sottomessa. Parallelamente avrebbe valutato le spinte motivazionali, qualora lei avesse interpretato questi rituali come un contorto gioco erotico, avrebbe interrotto percorso e rapporto riaccompagnandola a casa in un lungo e silente addio. Se invece fosse emerso il piacere reale di servirlo, il desiderio di ubbidirgli incondizionatamente, quell’amore viscerale e genuflesso che una cagna vera sente nell’anima, non avrebbe dato soluzione di continuità al loro cammino.

Elisa si sentiva in balìa di una tromba d’aria che la risucchiava in un turbinio di pensieri ed emozioni. Nella sua essenza di donna non aveva mai ipotizzato di ritrovarsi a dover mantenere l’equilibrio sulla lama del dualismo interiore, un equilibrio che Lui viveva come un nemico del “percorso”. Pensò che quella esperienza servisse proprio per giungere ad una netta scissione, a quello sdoppiamento che avrebbe fermato l’altalena e generato due vite parallele. Sapeva di essere amata, seppur complesso, articolato, inquietante, l’amore del Padrone lei lo viveva, lo respirava, lo sentiva sulla pelle, nel cuore, nel ventre, nel cervello, un amore ricambiato e vissuto con eguale intensità e coinvolgimento ma ancora immerso nelle paure…  

To be continued…

M.M.     

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