Il percorso di Elisa… (chapter twelve)

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Il rollio della barca ancorata al largo masturbava la mente di Elisa, una sensazione erotica adolescenziale, lo spazio infinito, l’assoluta sensazione di libertà, il solletico della brezza le induriva i capezzoli. Il caldo abbraccio del sole e il silenzio interrotto, con discrezione, dal timido canto dell’acqua che avvolgeva e percorreva lo scafo in un massaggio misterioso e inquietante… procuravano in lei un irresistibile bisogno di protezione, quella protezione che solo lui riusciva a darle. Istintivamente girò la testa per cercarlo con gli occhi, lui stava trafficando con delle cime, indossava solo pantaloncini neri bardati da una riga rossa, si muoveva sicuro dietro i suoi inseparabili occhiali da sole, osservandolo silente le venne in mente quella volta in cui…

Elisa uscì dall’ufficio intorno alle 19,00, con passo svelto si incamminò verso il parcheggio sotterraneo distante un isolato, il traffico era caotico come i pensieri che si accavallavano nella sua mente. Una galassia composta da numerosi pianeti che gravitavano, inesorabilmente, intorno a lui, intorno al suo Padrone, una presenza costante vissuta come linfa vitale. Accadde tutto rapidamente, una mano afferrò la cinghia della borsa che portava a tracolla, lo scooter accelerò facendola cadere e trascinandola sull’asfalto per alcuni metri, fin quando non si separò dalla borsa, perse i sensi. Si riebbe sulla barella di una ambulanza, una giovane infermiera si stava prendendo cura di lei amorevolmente immersa nella solidarietà femminile: “è stata scippata ed è ferita, stiamo andando al pronto soccorso, stia calma e tranquilla”. Nella sua mente il primo pensiero fu lui: “per cortesia, ha un cellulare? Devo assolutamente avvisare con urgenza una persona”, “adesso non è possibile, appena arriviamo in ospedale”. Il suo non era un codice rosso e così si ritrovò su un lettino in corsia, l’infermiera le porse il cellulare, parandosi per riservatezza la bocca con una mano: “Padrone, mi hanno scippato la borsa, sono all’ospedale…”, lui disse semplicemente: “arrivo”.

Quando uscì dal reparto radiologia lui era lì ad attenderla, si avvicinò al lettino e le prese la mano senza dire niente, i due portantini la parcheggiarono nella affollata corsia del pronto soccorso e le dissero di attendere la chiamata del medico. Rimasero soli tra la gente, una sensazione che li univa, lui era veramente bravo in questo, riusciva a trasmetterle intimità ovunque, anche in uno stadio affollato, creava barriere tra loro e il resto del mondo. Si abbassò e le diede un bacio sulla fronte, lei gli raccontò l’accaduto, lui ascoltò senza commentare, la lasciò sfogare, le strinse ancora più forte la mano quando lei si immerse in un pianto liberatorio, un pianto prodotto non solo dallo stress ma anche, forse soprattutto, dalla gioia di avere lui vicino in quel momento, si sentiva sicura, protetta, una protezione quasi paterna.

Un medico di mezza età, con lo sguardo lubrico, si avvicinò e disse. “non c’è niente di rotto, solo contusioni ed escoriazioni, poiché ha battuto la testa facciamo anche una TAC per sicurezza, dovete pazientare ancora un pochino”. Lui colse negli occhi del medico qualcosa di strano, intuì subito, guardò sotto il cuscino e vide calze e reggicalze appallottolati: “questa roba chi te l’ha tolta?”, “lui,  il dottore”, “non una infermiera?”, “no Padrone, proprio lui”. Gli occhi divennero di ghiaccio, Elisa conosceva bene quello sguardo, che un uomo potesse sfilare calze e reggicalze alla sua cagna era qualcosa di inaccettabile, anche in un pronto soccorso, lei colse sul suo volto quelle impercettibili vibrazioni frutto di una crescente rabbia. Sempre in corsia, sempre tra la gente, lui infilò un braccio sotto la copertina e andò con la mano dritto sulla fica, quando toccò le mutandine parve calmarsi, Elisa ringraziò il cielo di averle ancora. Il Padrone aveva un concetto di “proprietà inviolabile” molto radicato, integralista, in particolar modo considerava le invasioni non respinte una colpa. Essere cagna significava cedere il proprio corpo al Padrone e proteggerlo, con unghie e denti se necessario, da ogni attacco esterno, secondo le sue logiche una mancata difesa equivaleva a una accettazione, a prescindere dal contesto. Quando il medico le sfilò la lingerie lei era lucida, si adirò con se stessa per non averlo fermato, in quel momento capì perfettamente le lezioni sulla “impostazione mentale” di una cagna, quella che attiva reazioni istintive, non ragionate. Il percorso era ancora agli inizi, sicuramente lui questo lo avrebbe considerato, sì, ma punita comunque.

La mano di lui tra le cosce provocò in lei un lungo brivido, lo spavento era passato, non aveva riportato danni gravi e il pianto l’aveva depurata da ansie e tensioni, ancora una volta tutto ciò che li circondava scomparve, l’intero pronto soccorso scomparve. Lui pareva impassibile, nessuno avrebbe notato ciò che stavano facendo, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dai sensi, sentì le dita esperte infilarsi sotto le mutandine e unirsi al pelo, a volte la sua delicatezza era più crudele della forza, esasperante, pareva si divertisse a procrastinarle lo scarico tenendoglielo in punta per un tempo infinito, quando la penetrò di colpo con l’indice e il medio credette di impazzire e si morse con violenza le labbra per non urlare. Lo scarico fu devastante, ci vollero diversi minuti per ritornare nella realtà.

Come se avesse percepito su di se lo sguardo della cagna, il Padrone si girò di scatto e lei abbassò gli occhi, raccolse una cima e si diresse verso lei percorrendo lentamente la barca…

To be continued…   

M.M.

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Il percorso di Elisa… (chapter eleven)

Lui guidò con una preoccupante, eccessiva calma, spense anche lo stereo per rendere ancora più assordante il silenzio nell’abitacolo, Elisa fissava la strada paralizzata dall’ansia ma anche da quel calore incontrollabile che le stava infiammando il ventre, cercò di distrarsi per non cadere nelle fauci di un altro scarico appostato famelico nella sua grondante tana. Quando imboccarono il corso che portava verso il centro cittadino capì che stavano andando a casa del Padrone. Lui parlò appena misero piede oltre l’uscio, la sua voce quasi metallica le penetrò dritta nel cervello: “ti voglio completamente nuda, scalza e con i capelli raccolti dietro”, “sì Padrone”. Nella grande stanza da bagno la donna si denudò muovendosi come un automa, nel farlo esplorò con le mani ogni centimetro della sua vellutata pelle, come volesse confortarla e prepararla a chissà quali trattamenti, si soffermò prima sulle generose mammelle guardandole riflesse nello specchio, poi fece altrettanto con le natiche ben modellate, infine scese sulle cosce tornite. Fu la prima volta in cui provò la sensazione di non essere proprietaria del suo corpo, non le apparteneva più, lo aveva ceduto al Padrone affinché ne facesse uso e abuso, sfogasse su esso turpi voglie, ira, febbre del possesso, potere, dominazione, punizioni educative (è molto difficile esplicare l’operato delle forze annidate nelle profonde crepe dell’essere, potenti magneti che attraggono nel “nightwood” della perversione, creano un “tapetum lucidum” che consente di vedere nel buio i sentieri del piacere e percorrerli. Una indole sottomessa si sublima nel cedere la gestione incondizionata del proprio corpo a colui che considera essere la Guida). Raccogliendo i capelli in un elastico cercò di alzare il più possibile la coda, certamente lui voleva una buona presa ma anche collo e spalle libere, punti sensibili nei quali affondare i denti nei momenti in cui si abbandonava alla libidine sfrenata, il solito brivido partì dalla nuca e scese lungo tutte le vertebre. Il cuore iniziò a martellarle nel petto, con lo sguardo chino lo raggiunse in cucina.

Lui era seduto a tavola, indossava ancora i pantaloni e la camicia ma era scalzo, stava mangiando pescando con le mani bocconi di cibo da un vassoio pieno di prelibatezze da gastronomia. La osservò con sguardo severo per alcuni secondi, la stava ispezionando, solo in quel momento Elisa percepì il suo essere completamente nuda, vulnerabile, inerme, con l’anima scoperta, provò vergogna fino ad arrossire, l’imbarazzo le provocò un percettibile tremore, ancora una volta pensò a quanto fosse abile nell’abbatterle ogni barriera difensiva, quando le ordinò di accucciarsi sotto il tavolo provò un senso di  liberazione da quel forte disagio. Si rannicchiò sul pavimento con la testa tra i piedi del Padrone aspettando, vide la mano di lui cercarla, tra le dita stringeva un gamberetto, lo prese delicatamente con i denti e lo divorò con gusto, stava facendo la cagna, era una cagna, dopo le diede una tartina con mousse di prosciutto, sentì l’istintivo bisogno di leccargli i piedi ma lui la respinse scalciando reimmergendola nell’angoscia.

Terminato il pasto la tirò su afferrandola deciso per i capelli e le disse. “adesso voglio che vai a truccarti, molto pesante, come una puttana da viale”, i suoi occhi di ghiaccio inibirono senza meno ogni velleità di replica. Quando uscì dal bagno, sperando di aver fatto un buon lavoro, lo vide aspettarla in piedi a un paio di metri dalla porta, lui non prestò attenzione al suo make up da battona, non le aveva dato quell’ordine per soddisfare intuibili voglie, no, aveva in mente ben altro, il trucco aveva finalità diverse. Per un braccio la trascinò davanti allo specchio antico, dopo averla fatta piegare in avanti la penetrò brutalmente intimandole di non scaricare. La chiavò bestialmente per una manciata di minuti che a lei parvero ore, più volte temette di non riuscire a trattenersi, strinse i denti, si morse le labbra, un’altra disubbidienza le sarebbe costata supplizi di gran lunga peggiori. Si fermò di colpo, lo tirò fuori fradicio di umori e, senza alcun riguardo, la sodomizzò con altrettanto vigore strappandole un urlo che rimbalzò sulle pareti della grande stanza. Il lupo aveva azzannato l’agnello. Con la sinistra le stringeva i capelli tenendole ben ferma la testa, con la destra le bloccò i polsi dietro la schiena. Iniziò una violenta invasione, crudele, quando il mascara sciolto dalle lacrime prese a segnarle il volto, lui le spinse con forza la faccia contro lo specchio rigirandogliela più volte. Diede soluzione di continuità al suo assalto marcando copiosamente il territorio comunicandole appieno il suo essere maschio dominante, lei si accasciò sulle ginocchia cercando di negare a se stessa il piacere bastardo provato attraverso l’umiliazione fisica e psichica. L’uomo ricomparve con uno stick di rossetto in mano e tracciò un cerchio racchiudendo l’opera informale dipinta col volto della donna, il suo trucco si era trasferito sullo specchio impastandosi, c’era qualcosa di mistico in quelle macchie rosse e nere, riuscivano a trasmettere una sacralità intima, inquietante. Il Padrone aveva immortalato l’essenza del loro rapporto, dominazione e sottomissione, autorità e ubbidienza, comando e punizione. Con voce ferma ma pacata proclamò: “queste tracce rimarranno qui a lungo, fin quando non avrai imparato che scaricare senza il mio permesso equivale a un tradimento, sono il Padrone del tuo piacere, ciò che hai fatto oggi al maneggio è una ribellione, un tentativo di sfuggire al mio controllo, questo non deve più ripetersi, CHIARO?”, “sì Padrone, è chiaro”.

Fece la doccia, si lavò i denti e andò a letto, lei fece lo stesso ma quando entrò in camera lui disse severo: “stanotte dormi per terra, qui di lato, come una cagna devota”. Alle quattro del mattino il Padrone la svegliò prendendola ancora per i capelli ma questa volta fu delicato (nel tempo Elisa si rese conto che i suoi capelli erano per lui un potente afrodisiaco, durante il “Percorso” le spiegò che li considerava un conduttore di energia, di sensualità, un elettrizzante punto di contatto, una connessione), in silenzio lei seguì il tacito invito a salire sul letto. La posizionò tra le sue gambe muscolose donandole un confortevole calore, provò nuovamente gratitudine, come sotto il tavolo, una gratitudine che rinnovò in lei il desiderio di leccarlo con amore, ciò che aveva davanti alla bocca non erano piedi bensì un prepotente membro eretto…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter ten)

Immobile a pochi centimetri dalla vetrata Elisa fissava il rimbalzare della pioggia fitta sul tavolo della terrazza, nonostante fosse notte fonda e avesse spento tutte le luci riusciva a vedere il ritmico, ipnotizzante, balletto dell’acqua. Era la terza sera consecutiva che si preparava inutilmente ma non era amareggiata, la notte del “battesimo”, della iniziazione, le aveva detto: “le volte in cui dovrò mettermi in viaggio ti darò una data indicativa del ritorno, a partire dalla quale ogni sera dovrai preparati per accogliermi senza nessun ulteriore preavviso”. Essere “pronta per lui” significava agghindarsi di tutto punto senza trascurare nemmeno il più piccolo dei dettagli, il suo feticismo per calze e scarpe doveva essere esaltato dall’insieme, abito, trucco, acconciatura, profumo, gioielli… Sorrise ricordando il concetto esplicativo inzuppato in un ditale di improbabile romanticismo: “la mia cagna deve essere una sinfonia, una partizione musicale, una composizione armoniosa, un’opera perfetta… non ci devono essere stonature”.

Nella lunga anticamera della voluttà la mente di Elisa apriva i file dei ricordi, visioni che si trasformavano in impennate di desiderio, la fica iniziava a pulsare, i capezzoli si inturgidivano e il divieto di scaricare zavorrava di libidine il suo bisogno del Padrone. Per un istante fu tentata di concedersi quello che lui chiamava: “uno scarico silente”, subito rimproverò se stessa per il solo averci pensato,  l’avesse fatto non sarebbe riuscita a nascondere i sensi di colpa e lui, inevitabilmente, se ne sarebbe accorto e l’avrebbe punita, un brivido le partì dalla nuca e percorse tutta la spina dorsale. “Silenti” erano definiti gli scarichi raggiunti senza toccarsi e senza far trapelare emozioni, dovette impegnarsi molto per imparare ad occultare ogni minima manifestazione, questo anomalo piacere creava una intimità elevata, una scossa elettrica che investiva entrambi senza contatto, lui glieli ordinava quando erano tra la gente ma anche quando lei era in riunione, in famiglia, con le amiche. Nelle situazioni più assurde, difficili, improponibili… arrivava il comando. Anche quella domenica in cui ebbe il primo “scarico silente” spontaneo pioveva a dirotto…

Mentre dialogava amabilmente a tavola con i suoi genitori arrivò il messaggio: “passo a prenderti alle 16,00 in punto cagna, look sexy elegante”, rispose immediatamente: “sì Padrone”. Controllò l’orologio e ringraziò mentalmente i suoi vecchi, quella di pranzare a mezzogiorno in punto era proprio una gran bella abitudine.

Arrivò puntuale e lei uscì immediatamente saltellando sulle punte verso l’automobile cercando di fasciarsi con lo spolverino, pensò di aver fatto bene ad aspettarlo nel portone, non era affatto un uomo che considerava il ritardo femminile un valore aggiunto al desiderio, tutt’altro. In macchina guardò divertito per qualche istante il disagio di lei causato dalle gocce di pioggia. Alla domanda: “dove mi porti Padrone?”, rispose alzando di poco lo stereo, messaggio in codice che fece piombare la donna in uno stato d’ansia che in pochi minuti divenne eccitazione. La guida priva di conversazione era sempre preludio di iniziative sconvolgenti. L’uomo si diresse verso la tangenziale e dopo svariati chilometri l’abbandonò per imboccare una strada comunale, in prossimità di una collina svoltò in una stradina privata ed iniziò un susseguirsi di curve bordate a velocità ridotta. Oltrepassarono un cancello aperto e proseguirono per un corto viale alberato, giunti nello spiazzo davanti ad una enorme cascina ristrutturata si fermò e spense il motore. Elisa rimase perplessa, pioveva a catinelle, l’aia era una distesa di fango e la distanza da ricoprire, nonostante fosse di pochi metri, pareva abissale. Il clacson squillò e da una porta uscì un omone vestito da buttero che si diresse verso di loro reggendo un grosso ombrello. Andò direttamente sul lato guida, lui scese dalla macchina e nel mentre, solo allora, si rese conto che indossava jeans scuri e scarponcini. I due parlottarono confidenzialmente girando intorno all’auto per andare da lei, lui aprì la portiera e con tono cordiale ma sguardo severo ordinò: “scendi”. Smontare da un SUV con tacchi a spillo, tubino a metà cosce, autoreggenti e senza mutandine è già problematico, farlo davanti ad un estraneo che guarda sfacciato e con la prospettiva di immergere i piedi nel fango diventa angosciante, il Padrone amava renderla vulnerabile mettendola in imbarazzo, in quell’istante colse il perché del look sexy elegante. Il terzetto guadagnò a passo svelto la tettoia stringendosi sotto l’ombrello, lì la donna trovò il coraggio di guardarsi i piedi, uno scempio. Gli uomini ripresero a confabulare dopo essersi spostati di qualche passo lanciandole occhiate preoccupanti. In quegli istanti iniziò a vedere una serie di scenari che la fecero agitare oltre misura, fu una di quelle volte in cui ebbe veramente paura. Quando il buttero rientrò nella cascina e lui la raggiunse sorridendole amorevolmente si tranquillizzò un pochino, la prese sottobraccio: “vieni cagna”. Sempre protetti dalla tettoia andarono sul retro del fabbricato ed entrarono in una specie di scuderia, Elisa pensò di trovarsi in un maneggio e improvvisamente ricadde nel panico, passarono davanti ad una lunga fila di box e lei cercò di distrarsi guardando i cavalli ma il cuore batteva impazzito nel petto.

Approdarono in una stalla con all’interno un piccolo recinto costruito con tubi in ferro, erano soli, lui tacque e lei non osò chiedere… dopo pochi minuti entrò il buttero con una stupenda cavallina dal manto marrone, assicurò le briglie e sparì, ricomparve di lì a breve accompagnato da un titanico stallone che mostrava segni di irrequietezza e smania da eccitazione. Elisa realizzò che stavano per assistere ad una monta equina. Le scene che seguirono si trasformarono in un ferro rovente nel ventre, lui calcò maliziosamente la mano sussurrandole: “per la cavallina è la prima volta”, quella tenera e deliziosa cavallina bramata dal montatore infoiato era “vergine”, stava per essere data in pasto ad un impeto sessuale che appariva essere devastante. Dopo un gioco fatto di effusioni che avevano qualcosa di ambiguamente tenero, lo stallone montò sopra e, aiutato dall’uomo nel recinto, la infilzò inesorabilmente, l’enorme fallo penetrò con la forza di un treno che si immerge nella galleria, una voglia bestiale inarrestabile impregnò il locale trasformandolo in un atipico lupanare, lo stallone prese a chiavarla come un ossesso scalpitando e tenendola ferma con i denti conficcati nel collo. Placato l’ardore il maschio si ritrasse seguitando a sgocciolare copiosi rigoli di sperma, fu in quell’istante che Elisa si senti presa, violata, posseduta, riempita, perse il controllo e cedette ad un traditore “scarico silente”, silente ma non abbastanza per il Padrone, subito si accorse che la stava osservando, quando l’uomo del maneggio portò via il cavallo le disse acido: “hai scaricato senza il mio permesso, cagna bastarda”.

Durante il viaggio di ritorno Elisa cercò di immaginare come l’avrebbe punita per quella grave disubbidienza, il Padrone era giustamente adirato e lei si sentiva in colpa…

To be continued…  

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter nine)

Non temere, ti tengo in equilibrio”, così dicendo lui l’afferrò per le mammelle e la tirò verso se facendola basculare sulle gambe posteriori della sedia, fermò lo schienale sui pettorali e fissò per qualche secondo l’immagine riflessa nello specchio. “osserva bene cagna, per capire cosa sia realmente la fica bisogna guardarla dal basso verso l’alto, una prospettiva che ne esalta l’arroganza, la forza, l’immortalità del desiderio. Un baluardo in grado di reggere miriadi di assalti. Eccola… anarchica, tentatrice, ammaliante, a volte rassicurante a volte inquietante, sorniona e infida capace di sanguinare per giorni senza morire, gattina e tigressa, diabolica tagliola e tempio da profanare. Nel suo essere perniciosa la fica è il vero peccato originale, esaspera la maschia virilità per poi avvilirla… avviluppa, imprigiona, si sazia ed espelle i resti, sfratta la resa”.

Dopo aver rimesso la sedia in stabilità lui infilò le mani sotto i braccioli, divaricò il medio e l’anulare della sinistra ai lati delle grandi labbra tirandole su il cameltoe per denudare la clitoride, con il pollice e l’indice della destra iniziò a “segarla” con scafata destrezza. Il sincero sospirare rendeva Elisa ulteriormente vulnerabile, l’uomo si fermò più volte per alienarle lo scarico, in un attimo di lucidità lei capì che glielo avrebbe concesso solo se lo avesse implorato con umiltà e sottomissione… Così fece.

I momenti di quiete successivi agli scarichi devastanti erano quelli in cui lui vestiva i panni del Maestro Educatore, nel tempo la donna imparò a capire che questa era una sua peculiarità, a lui non interessavano impegni estorti in fase di alterazione, no, a lui premeva dettare le linee guida interloquendo col suo cervello, non con i punti anatomici sensibili. Il percorso doveva compiersi su una direttrice razionale, quella dei sensi sarebbe stata troppo delicata, temporanea. Rispettando l’efficacia psicologica della gestualità spostò la bocca verso l’altro orecchio e assunse un tono di voce fermo: “il rapporto Padrone cagna è una fusione che si realizza abbracciando una logica perversa, lo si vive attraverso disubbidienze imposte e conseguenti punizioni, il Padrone ordina alla cagna di sbagliare per poi punirla, la cagna non può e non deve trasgredire un ordine prendendo iniziative. Per quanto possa sembrare anomalo, contorto, questo è il concetto base, il labirinto che conduce negli abissi del piacere. La dominazione si espleta attraverso castighi, imposizioni e umiliazioni che definiscono i ruoli solo in superficie, calandosi negli oscuri anfratti è concettualmente impossibile stabilire chi sia il vero nocchiere. Un sodalizio, un intreccio di questa natura, non è annoverabile tra le concezioni di DAF in quanto trattasi di un do ut des e non di un appagamento unilaterale, il mio piacere nasce dal tuo e viceversa, il mio essere Padrone si intreccia e salda col tuo essere cagna”. Il tono si fece autoritario: “assumerò la gestione totale e incondizionata della tua sessualità, senza il mio permesso, senza il permesso del tuo Padrone, non potrai più scaricare. Convoglierò il tuo piacere verso i miei desideri, il tuo godimento si voterà esclusivamente al mio e sarà finalizzato al soddisfacimento delle mie turpi voglie…”. Elisa interpretò la pausa come una richiesta di accettazione, abbassò lo sguardo e sussurrò: “sì Padrone”, con asprezza:“non ho finito cagna”, “perdonami Padrone”. La voce dell’uomo divenne suadente, narrante, parole fuori campo che avevano il potere di rendere nitidi gli scenari: “Quando sarai una schiava perfetta vivrai la tua avvenenza con imbarazzo, fastidio, gli avidi sguardi degli uomini diventeranno tentativi di invasione nella proprietà del tuo Padrone, attacchi al TESORO del tuo Padrone. Arrossirai nel raccontarmi i ballon d’essai di abbordaggio e apprezzamenti a te indirizzati, avremo una vita sociale nella quale emanerai con eleganza e raffinatezza il tuo profumo di preda, quando la timidezza avvolge il corpo provocante di una donna il subliminale richiamo della fragilità diventa irresistibile, le intraprendenze dei maschi attratti daranno vita a severe punizioni che ti elargirò senza clemenza alcuna”. Elisa non esitò: “Padrone, da quando sono stata tua gli occhi degli uomini sul mio corpo mi creano disagio…”, nella spontanea enunciazione del suo pensiero si rese conto che lui stava trasformando orgoglio e vanità femminile in devozione, forza di volontà e carattere in armi per assecondarlo, non per contrastarlo…   

To be continued…

M.M.