Il percorso di Elisa… (chapter thirteen)

up

Seguendo scrupolosamente le disposizioni impartitele, Elisa arrivò alle otto in punto a casa del Padrone, aprì la porta senza fare rumore e si diresse in bagno camminando in punta di piedi, dopo essersi denudata prese ad indossare ciò che lui le aveva preparato. Uno scamiciato a fiorellini abbottonato sul davanti, ciabatte da casa e capelli raccolti in un foulard annodato sulla testa, look da “serva”, niente trucco, niente calze, niente intimo. Dopo un’ultima occhiata allo specchio si diresse verso la camera da letto, bussò, alla risposta: ”avanti” entrò nella stanza: “buongiorno Padrone”, “buongiorno cagna”, “cosa gradisci Padrone?”, “una tazza di tè caldo”, “zucchero o miele Padrone?”, “miele, il tuo cagna”. La donna abbassò il capo manifestando obbedienza. Alcuni minuti dopo ricomparve reggendo un piccolo vassoio con una tazza fumante e un cucchiaino, appoggiò il tutto sul comodino e si posizionò in piedi di fianco al letto. Dopo aver sbottonato e aperto il grembiule, divaricò le gambe, prese il cucchiaino ed iniziò a leccarlo e succhiarlo con lascivia, dopo averlo ben insalivato se lo infilò tutto nella fica e prese a muoverlo dentro. Lui era sdraiato nudo sul letto, palesemente eccitato ma silente, quando i loro occhi si incrociarono lei non resse lo sguardo perverso e penetrante del Padrone, scaricò senza alcun ritegno in modo quasi animalesco. Ancora ansimante sfilò il cucchiaino e lo immerse nel tè rigirandolo lentamente…

In un rapporto Padrone/cagna la ritualità ha valenza fondamentale, crea un adattamento, una accettazione psicologica che trasforma il corpo in strumento per nutrire di piacere la mente. E’ uno scindere il godimento istintivo del corpo da quello cerebrale, una scissione che rende la carne sottomessa e dominata dal pensiero padrone dell’indole. La differenza tra l’essere una cagna vera e il praticare “giochi” trasgressivi con partner occasionali, la si evince proprio dal trasferire e accentrare il godimento nella psiche. Un Padrone degno di definirsi tale scopa soprattutto il cervello, lo fa passando attraverso il corpo invertendo l’ordine “fine/mezzo”. Una “pseudo cagna” che sperimenta usa la propria fisicità per giungere anch’essa ad un piacere mentale ma questo è elaborato, finalizzato ad un soddisfacimento egoista, è lei ad usare il Master di turno. La “cagna vera” vincola il proprio godimento a quello del Padrone. Come si è già detto in precedenza, il Padrone gestisce totalmente la sessualità della cagna. Quando si compie un “Percorso” come quello di Elisa, magari in età adulta, si ha un SOLO Padrone per tutta la vita, una figura insostituibile.

Aspetto essenziale è il coinvolgimento emotivo, Elisa ama “con le vene” il Padrone così come lui ama lei, un sentimento nato dall’incastro di due esigenze, due tendenze che si compensano perfettamente al punto da fondersi, saldarsi, diventare un “blocco” unico. La consapevolezza del proprio “ruolo” è la chiave di volta. Un Padrone scardina resistenze e reticenze, si impossessa delle mappe più intime, segrete, inconfessabili della cagna, questo significa “scopare il cervello”. Un Padrone non crea un cagna, no, fa emergere l’indole della cagna, seppur latente ma esistente, abbatte barriere e steccati trasformando pulsioni da sempre represse in fonte di appagamento reciproco.

To be continued

M.M.

Annunci

Il percorso di Elisa… (chapter twelve)

127

Il rollio della barca ancorata al largo masturbava la mente di Elisa, una sensazione erotica adolescenziale, lo spazio infinito, l’assoluta sensazione di libertà, il solletico della brezza le induriva i capezzoli. Il caldo abbraccio del sole e il silenzio interrotto, con discrezione, dal timido canto dell’acqua che avvolgeva e percorreva lo scafo in un massaggio misterioso e inquietante… procuravano in lei un irresistibile bisogno di protezione, quella protezione che solo lui riusciva a darle. Istintivamente girò la testa per cercarlo con gli occhi, lui stava trafficando con delle cime, indossava solo pantaloncini neri bardati da una riga rossa, si muoveva sicuro dietro i suoi inseparabili occhiali da sole, osservandolo silente le venne in mente quella volta in cui…

Elisa uscì dall’ufficio intorno alle 19,00, con passo svelto si incamminò verso il parcheggio sotterraneo distante un isolato, il traffico era caotico come i pensieri che si accavallavano nella sua mente. Una galassia composta da numerosi pianeti che gravitavano, inesorabilmente, intorno a lui, intorno al suo Padrone, una presenza costante vissuta come linfa vitale. Accadde tutto rapidamente, una mano afferrò la cinghia della borsa che portava a tracolla, lo scooter accelerò facendola cadere e trascinandola sull’asfalto per alcuni metri, fin quando non si separò dalla borsa, perse i sensi. Si riebbe sulla barella di una ambulanza, una giovane infermiera si stava prendendo cura di lei amorevolmente immersa nella solidarietà femminile: “è stata scippata ed è ferita, stiamo andando al pronto soccorso, stia calma e tranquilla”. Nella sua mente il primo pensiero fu lui: “per cortesia, ha un cellulare? Devo assolutamente avvisare con urgenza una persona”, “adesso non è possibile, appena arriviamo in ospedale”. Il suo non era un codice rosso e così si ritrovò su un lettino in corsia, l’infermiera le porse il cellulare, parandosi per riservatezza la bocca con una mano: “Padrone, mi hanno scippato la borsa, sono all’ospedale…”, lui disse semplicemente: “arrivo”.

Quando uscì dal reparto radiologia lui era lì ad attenderla, si avvicinò al lettino e le prese la mano senza dire niente, i due portantini la parcheggiarono nella affollata corsia del pronto soccorso e le dissero di attendere la chiamata del medico. Rimasero soli tra la gente, una sensazione che li univa, lui era veramente bravo in questo, riusciva a trasmetterle intimità ovunque, anche in uno stadio affollato, creava barriere tra loro e il resto del mondo. Si abbassò e le diede un bacio sulla fronte, lei gli raccontò l’accaduto, lui ascoltò senza commentare, la lasciò sfogare, le strinse ancora più forte la mano quando lei si immerse in un pianto liberatorio, un pianto prodotto non solo dallo stress ma anche, forse soprattutto, dalla gioia di avere lui vicino in quel momento, si sentiva sicura, protetta, una protezione quasi paterna.

Un medico di mezza età, con lo sguardo lubrico, si avvicinò e disse. “non c’è niente di rotto, solo contusioni ed escoriazioni, poiché ha battuto la testa facciamo anche una TAC per sicurezza, dovete pazientare ancora un pochino”. Lui colse negli occhi del medico qualcosa di strano, intuì subito, guardò sotto il cuscino e vide calze e reggicalze appallottolati: “questa roba chi te l’ha tolta?”, “lui,  il dottore”, “non una infermiera?”, “no Padrone, proprio lui”. Gli occhi divennero di ghiaccio, Elisa conosceva bene quello sguardo, che un uomo potesse sfilare calze e reggicalze alla sua cagna era qualcosa di inaccettabile, anche in un pronto soccorso, lei colse sul suo volto quelle impercettibili vibrazioni frutto di una crescente rabbia. Sempre in corsia, sempre tra la gente, lui infilò un braccio sotto la copertina e andò con la mano dritto sulla fica, quando toccò le mutandine parve calmarsi, Elisa ringraziò il cielo di averle ancora. Il Padrone aveva un concetto di “proprietà inviolabile” molto radicato, integralista, in particolar modo considerava le invasioni non respinte una colpa. Essere cagna significava cedere il proprio corpo al Padrone e proteggerlo, con unghie e denti se necessario, da ogni attacco esterno, secondo le sue logiche una mancata difesa equivaleva a una accettazione, a prescindere dal contesto. Quando il medico le sfilò la lingerie lei era lucida, si adirò con se stessa per non averlo fermato, in quel momento capì perfettamente le lezioni sulla “impostazione mentale” di una cagna, quella che attiva reazioni istintive, non ragionate. Il percorso era ancora agli inizi, sicuramente lui questo lo avrebbe considerato, sì, ma punita comunque.

La mano di lui tra le cosce provocò in lei un lungo brivido, lo spavento era passato, non aveva riportato danni gravi e il pianto l’aveva depurata da ansie e tensioni, ancora una volta tutto ciò che li circondava scomparve, l’intero pronto soccorso scomparve. Lui pareva impassibile, nessuno avrebbe notato ciò che stavano facendo, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dai sensi, sentì le dita esperte infilarsi sotto le mutandine e unirsi al pelo, a volte la sua delicatezza era più crudele della forza, esasperante, pareva si divertisse a procrastinarle lo scarico tenendoglielo in punta per un tempo infinito, quando la penetrò di colpo con l’indice e il medio credette di impazzire e si morse con violenza le labbra per non urlare. Lo scarico fu devastante, ci vollero diversi minuti per ritornare nella realtà.

Come se avesse percepito su di se lo sguardo della cagna, il Padrone si girò di scatto e lei abbassò gli occhi, raccolse una cima e si diresse verso lei percorrendo lentamente la barca…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter eleven)

Lui guidò con una preoccupante, eccessiva calma, spense anche lo stereo per rendere ancora più assordante il silenzio nell’abitacolo, Elisa fissava la strada paralizzata dall’ansia ma anche da quel calore incontrollabile che le stava infiammando il ventre, cercò di distrarsi per non cadere nelle fauci di un altro scarico appostato famelico nella sua grondante tana. Quando imboccarono il corso che portava verso il centro cittadino capì che stavano andando a casa del Padrone. Lui parlò appena misero piede oltre l’uscio, la sua voce quasi metallica le penetrò dritta nel cervello: “ti voglio completamente nuda, scalza e con i capelli raccolti dietro”, “sì Padrone”. Nella grande stanza da bagno la donna si denudò muovendosi come un automa, nel farlo esplorò con le mani ogni centimetro della sua vellutata pelle, come volesse confortarla e prepararla a chissà quali trattamenti, si soffermò prima sulle generose mammelle guardandole riflesse nello specchio, poi fece altrettanto con le natiche ben modellate, infine scese sulle cosce tornite. Fu la prima volta in cui provò la sensazione di non essere proprietaria del suo corpo, non le apparteneva più, lo aveva ceduto al Padrone affinché ne facesse uso e abuso, sfogasse su esso turpi voglie, ira, febbre del possesso, potere, dominazione, punizioni educative (è molto difficile esplicare l’operato delle forze annidate nelle profonde crepe dell’essere, potenti magneti che attraggono nel “nightwood” della perversione, creano un “tapetum lucidum” che consente di vedere nel buio i sentieri del piacere e percorrerli. Una indole sottomessa si sublima nel cedere la gestione incondizionata del proprio corpo a colui che considera essere la Guida). Raccogliendo i capelli in un elastico cercò di alzare il più possibile la coda, certamente lui voleva una buona presa ma anche collo e spalle libere, punti sensibili nei quali affondare i denti nei momenti in cui si abbandonava alla libidine sfrenata, il solito brivido partì dalla nuca e scese lungo tutte le vertebre. Il cuore iniziò a martellarle nel petto, con lo sguardo chino lo raggiunse in cucina.

Lui era seduto a tavola, indossava ancora i pantaloni e la camicia ma era scalzo, stava mangiando pescando con le mani bocconi di cibo da un vassoio pieno di prelibatezze da gastronomia. La osservò con sguardo severo per alcuni secondi, la stava ispezionando, solo in quel momento Elisa percepì il suo essere completamente nuda, vulnerabile, inerme, con l’anima scoperta, provò vergogna fino ad arrossire, l’imbarazzo le provocò un percettibile tremore, ancora una volta pensò a quanto fosse abile nell’abbatterle ogni barriera difensiva, quando le ordinò di accucciarsi sotto il tavolo provò un senso di  liberazione da quel forte disagio. Si rannicchiò sul pavimento con la testa tra i piedi del Padrone aspettando, vide la mano di lui cercarla, tra le dita stringeva un gamberetto, lo prese delicatamente con i denti e lo divorò con gusto, stava facendo la cagna, era una cagna, dopo le diede una tartina con mousse di prosciutto, sentì l’istintivo bisogno di leccargli i piedi ma lui la respinse scalciando reimmergendola nell’angoscia.

Terminato il pasto la tirò su afferrandola deciso per i capelli e le disse. “adesso voglio che vai a truccarti, molto pesante, come una puttana da viale”, i suoi occhi di ghiaccio inibirono senza meno ogni velleità di replica. Quando uscì dal bagno, sperando di aver fatto un buon lavoro, lo vide aspettarla in piedi a un paio di metri dalla porta, lui non prestò attenzione al suo make up da battona, non le aveva dato quell’ordine per soddisfare intuibili voglie, no, aveva in mente ben altro, il trucco aveva finalità diverse. Per un braccio la trascinò davanti allo specchio antico, dopo averla fatta piegare in avanti la penetrò brutalmente intimandole di non scaricare. La chiavò bestialmente per una manciata di minuti che a lei parvero ore, più volte temette di non riuscire a trattenersi, strinse i denti, si morse le labbra, un’altra disubbidienza le sarebbe costata supplizi di gran lunga peggiori. Si fermò di colpo, lo tirò fuori fradicio di umori e, senza alcun riguardo, la sodomizzò con altrettanto vigore strappandole un urlo che rimbalzò sulle pareti della grande stanza. Il lupo aveva azzannato l’agnello. Con la sinistra le stringeva i capelli tenendole ben ferma la testa, con la destra le bloccò i polsi dietro la schiena. Iniziò una violenta invasione, crudele, quando il mascara sciolto dalle lacrime prese a segnarle il volto, lui le spinse con forza la faccia contro lo specchio rigirandogliela più volte. Diede soluzione di continuità al suo assalto marcando copiosamente il territorio comunicandole appieno il suo essere maschio dominante, lei si accasciò sulle ginocchia cercando di negare a se stessa il piacere bastardo provato attraverso l’umiliazione fisica e psichica. L’uomo ricomparve con uno stick di rossetto in mano e tracciò un cerchio racchiudendo l’opera informale dipinta col volto della donna, il suo trucco si era trasferito sullo specchio impastandosi, c’era qualcosa di mistico in quelle macchie rosse e nere, riuscivano a trasmettere una sacralità intima, inquietante. Il Padrone aveva immortalato l’essenza del loro rapporto, dominazione e sottomissione, autorità e ubbidienza, comando e punizione. Con voce ferma ma pacata proclamò: “queste tracce rimarranno qui a lungo, fin quando non avrai imparato che scaricare senza il mio permesso equivale a un tradimento, sono il Padrone del tuo piacere, ciò che hai fatto oggi al maneggio è una ribellione, un tentativo di sfuggire al mio controllo, questo non deve più ripetersi, CHIARO?”, “sì Padrone, è chiaro”.

Fece la doccia, si lavò i denti e andò a letto, lei fece lo stesso ma quando entrò in camera lui disse severo: “stanotte dormi per terra, qui di lato, come una cagna devota”. Alle quattro del mattino il Padrone la svegliò prendendola ancora per i capelli ma questa volta fu delicato (nel tempo Elisa si rese conto che i suoi capelli erano per lui un potente afrodisiaco, durante il “Percorso” le spiegò che li considerava un conduttore di energia, di sensualità, un elettrizzante punto di contatto, una connessione), in silenzio lei seguì il tacito invito a salire sul letto. La posizionò tra le sue gambe muscolose donandole un confortevole calore, provò nuovamente gratitudine, come sotto il tavolo, una gratitudine che rinnovò in lei il desiderio di leccarlo con amore, ciò che aveva davanti alla bocca non erano piedi bensì un prepotente membro eretto…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter nine)

Non temere, ti tengo in equilibrio”, così dicendo lui l’afferrò per le mammelle e la tirò verso se facendola basculare sulle gambe posteriori della sedia, fermò lo schienale sui pettorali e fissò per qualche secondo l’immagine riflessa nello specchio. “osserva bene cagna, per capire cosa sia realmente la fica bisogna guardarla dal basso verso l’alto, una prospettiva che ne esalta l’arroganza, la forza, l’immortalità del desiderio. Un baluardo in grado di reggere miriadi di assalti. Eccola… anarchica, tentatrice, ammaliante, a volte rassicurante a volte inquietante, sorniona e infida capace di sanguinare per giorni senza morire, gattina e tigressa, diabolica tagliola e tempio da profanare. Nel suo essere perniciosa la fica è il vero peccato originale, esaspera la maschia virilità per poi avvilirla… avviluppa, imprigiona, si sazia ed espelle i resti, sfratta la resa”.

Dopo aver rimesso la sedia in stabilità lui infilò le mani sotto i braccioli, divaricò il medio e l’anulare della sinistra ai lati delle grandi labbra tirandole su il cameltoe per denudare la clitoride, con il pollice e l’indice della destra iniziò a “segarla” con scafata destrezza. Il sincero sospirare rendeva Elisa ulteriormente vulnerabile, l’uomo si fermò più volte per alienarle lo scarico, in un attimo di lucidità lei capì che glielo avrebbe concesso solo se lo avesse implorato con umiltà e sottomissione… Così fece.

I momenti di quiete successivi agli scarichi devastanti erano quelli in cui lui vestiva i panni del Maestro Educatore, nel tempo la donna imparò a capire che questa era una sua peculiarità, a lui non interessavano impegni estorti in fase di alterazione, no, a lui premeva dettare le linee guida interloquendo col suo cervello, non con i punti anatomici sensibili. Il percorso doveva compiersi su una direttrice razionale, quella dei sensi sarebbe stata troppo delicata, temporanea. Rispettando l’efficacia psicologica della gestualità spostò la bocca verso l’altro orecchio e assunse un tono di voce fermo: “il rapporto Padrone cagna è una fusione che si realizza abbracciando una logica perversa, lo si vive attraverso disubbidienze imposte e conseguenti punizioni, il Padrone ordina alla cagna di sbagliare per poi punirla, la cagna non può e non deve trasgredire un ordine prendendo iniziative. Per quanto possa sembrare anomalo, contorto, questo è il concetto base, il labirinto che conduce negli abissi del piacere. La dominazione si espleta attraverso castighi, imposizioni e umiliazioni che definiscono i ruoli solo in superficie, calandosi negli oscuri anfratti è concettualmente impossibile stabilire chi sia il vero nocchiere. Un sodalizio, un intreccio di questa natura, non è annoverabile tra le concezioni di DAF in quanto trattasi di un do ut des e non di un appagamento unilaterale, il mio piacere nasce dal tuo e viceversa, il mio essere Padrone si intreccia e salda col tuo essere cagna”. Il tono si fece autoritario: “assumerò la gestione totale e incondizionata della tua sessualità, senza il mio permesso, senza il permesso del tuo Padrone, non potrai più scaricare. Convoglierò il tuo piacere verso i miei desideri, il tuo godimento si voterà esclusivamente al mio e sarà finalizzato al soddisfacimento delle mie turpi voglie…”. Elisa interpretò la pausa come una richiesta di accettazione, abbassò lo sguardo e sussurrò: “sì Padrone”, con asprezza:“non ho finito cagna”, “perdonami Padrone”. La voce dell’uomo divenne suadente, narrante, parole fuori campo che avevano il potere di rendere nitidi gli scenari: “Quando sarai una schiava perfetta vivrai la tua avvenenza con imbarazzo, fastidio, gli avidi sguardi degli uomini diventeranno tentativi di invasione nella proprietà del tuo Padrone, attacchi al TESORO del tuo Padrone. Arrossirai nel raccontarmi i ballon d’essai di abbordaggio e apprezzamenti a te indirizzati, avremo una vita sociale nella quale emanerai con eleganza e raffinatezza il tuo profumo di preda, quando la timidezza avvolge il corpo provocante di una donna il subliminale richiamo della fragilità diventa irresistibile, le intraprendenze dei maschi attratti daranno vita a severe punizioni che ti elargirò senza clemenza alcuna”. Elisa non esitò: “Padrone, da quando sono stata tua gli occhi degli uomini sul mio corpo mi creano disagio…”, nella spontanea enunciazione del suo pensiero si rese conto che lui stava trasformando orgoglio e vanità femminile in devozione, forza di volontà e carattere in armi per assecondarlo, non per contrastarlo…   

To be continued…

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter three)

Uscì dalla jacuzzi, dopo essersi asciugata ed aver tirato all’indietro i capelli si posizionò, completamente nuda, davanti all’enorme specchio che occupava quasi tutta la parete sgombra della stanza da bagno. Lui, il suo Padrone, si era trasformato in visagista imprimendole sul volto quel permanente maquillage naturale che rende una donna fatale, irraggiungibile, inquietante espressione della femminilità ombrosa… il tormento interiore. Le sue mani presero a palpare i rigogliosi seni, li soppesò e li strinse leggermente per saggiarne la consistenza, li accarezzò con delicatezza sfiorando i capezzoli che risposero subito al richiamo inturgidendosi, Elisa andava fiera del suo seno, quel seno che lui aveva reso avvezzo ad attenzioni dissacranti, profanatorie. Scese sul ventre piatto, sui fianchi e poi si piegò in avanti per percorrere l’interno delle cosce fino alle ginocchia, si tirò su e girò per tre quarti in modo da potersi guardare dietro. Quando arrivò ai glutei il cuore iniziò ad accelerare i battiti, su quello destro c’era lui, ci sarebbe stato per tutta la vita, le aveva fatto marchiare a fuoco le sue tre iniziali, erano “scritte” in carattere gotico al contrario, in apparenza sembrava una strana cicatrice ma riflessa nello specchio si vedevano benissimo le lettere, se gliele avesse fatte scrivere nel verso  giusto lei non avrebbe mai potuto leggerle, aveva pensato anche a questo, non solo, così facendo aveva dato una sorta di segretezza alla sua certificazione di proprietà. Amava quell’uomo, sentiva di amarlo da sempre, da prima di nascere, sì, prima di venire alla luce già lo amava, la sua fervida mente dolcemente perversa la fece arrossire quando pensò che solo un fratello gemello si può amare ancor prima di venire alla luce, in fondo il loro vincolo era talmente intimo, forte, profondo e innato da poter essere vissuto anche incestuosamente. Spalancò l’armadio e diede vita al solito excursus per individuare la mise più idonea all’appuntamento, nel farlo provò, come sempre, la stessa ansia che l’aveva pervasa nella fase preparatoria del primo incontro… chiuse gli occhi e rivisse quel dopocena.

…camminarono con passo svelto dal ristorante verso l’automobile, le aprì la portiera, lei apprezzò il gesto ma quando si rese conto che per montare a bordo del SUV avrebbe dovuto tirare un po’ su la gonna e scosciarsi, considerò molto imbarazzante quella galanteria. Con una guida sicura si allontanò dal centro dirigendosi verso la periferia, stettero in silenzio ascoltando un cd dei Pink Floyd a volume moderato, ad ogni semaforo rosso lui si girava a guardarla, scrutarla, lei evitò il suo sguardo cercando di capire, immaginare, dove la stesse portando. Dopo un lungo tragitto fermò la macchina in doppia fila, sull’altro lato della strada c’era un vecchio bar, sul marciapiede un gruppo di uomini fumavano e bevevano parlando a voce alta, prese un biglietto e scrisse sopra un indirizzo, glielo porse dicendo, con un tono che non ammetteva repliche,: “Elisa, vai a chiedere a quegli uomini dove si trova questa strada”. L’eccitazione indicibile e il desiderio che provava per lui abbatterono ogni razionale resistenza in un nanosecondo, era in un vortice di sensazioni che duellavano tra loro, si sentiva comunque protetta, al sicuro. Accettò la sfida rilanciando, si fissarono negli occhi in cagnesco, stavano scopando con la mente, si sollevò la gonna, si sfilò le mutandine, le lanciò sul sedile posteriore, si ricompose e dopo avergli strappato di mano il foglietto scese con decisione. Appena si aprì la portiera ed apparve la sua gamba il gruppo di avvinazzati si ammutolì. Attraversò la strada lentamente muovendosi con sinuosità, mentre si avvicinava alla bettola si sentì denudare dagli occhi di quegli uomini, nell’aria riecheggiò qualche apprezzamento coatto. Giunta al loro cospetto chiese informazioni sulla via, intorno a lei si formò un capannello, iniziarono a rubarsi la scena l’un l’altro, nessuno conosceva quel posto ma ammetterlo significava farla andare via subito, uno di loro corse dentro a cercare il tuttocittà ma inutilmente, non esisteva, lei capì il gioco, aggiustandosi i capelli si voltò per guardarlo, lui la stava fissando immobile. Dopo aver salutato e ringraziato ammiccando per l’interessamento tornò indietro lasciandosi pizzicare il sedere dai loro sguardi carichi di lascivia. Appena salita in macchina lui fece una rapida inversione per ritornare verso il centro cittadino, adesso la sua guida era nervosa, l’abitacolo si saturò di tensione, capì che era eccitato tanto quanto lei. Improvvisamente una luce si accese nel suo cervello, per meglio esercitare il potere su di lei l’aveva indotta a comportarsi da civetta creando una motivazione per sfogare i suoi istinti di maschio Padrone, un Padrone pronto a punirla per il suo atteggiamento scodinzolante con gli sconosciuti. Non ci mise molto a realizzare che l’obbligarla a “sbagliare” per poi punirla sarebbe diventata una costante del loro rapporto, un meccanismo torbido capace di autoalimentare una sessualità complessa. Elisa si sentiva completamente in balia di quell’uomo che, senza ombra di dubbio, le avrebbe cambiato la vita, quello era solo il morbido inizio.

Lui aprì la porta di casa e la invitò ad entrare allungando un braccio, appena varcata la soglia si accesero automaticamente alcune applique illuminando flebilmente un grande salone arredato con mobili antichi, tappeti e tantissimi quadri. Quando si chiuse l’uscio l’afferrò con una mano per i capelli costringendola ad appoggiare mani e fronte contro la parete, l’abbracciò da dietro stringendole i seni e strusciando il suo prepotente desiderio sul culo sporgente, avvicinò la bocca all’ orecchio destro e sussurrò: “sento già lo schioccare della mia cinghia sulla tua pelle, ti educherò con severità cagna, voglio dare un Padrone al tuo cuore randagio…”

To be continued…

M.M.