Il percorso di Elisa… (chapter eight)

Elisa uscì di casa e prese l’ascensore per scendere al livello box, salì in auto e si immerse nel traffico attivando il climatizzatore ad una temperatura sufficiente per scongiurare il pericolo di sudare. Sapeva bene cosa l’aspettava, a lui non era bastato marchiarla, le aveva dato disposizioni precise senza neanche premurarsi di parlarne prima per rendere più morbido il suo ulteriore passo verso quello che definiva il possesso totale e incondizionato. Il Padrone aveva deciso di farle praticare da un chirurgo tre fori per parte lungo le grandi labbra, sei occhielli che gli avrebbero consentito di allacciarle la fica con un nastro di seta rosso vermiglio. Non c’era nessun collegamento con la castità forzata riferibile alle metalliche cinture del medioevo, assolutamente no, prima di possederla lui voleva liberarla, scioglierla, scartarla, come il più prezioso dei doni mai ricevuti, non solo, Elisa percepiva chiaramente cosa avrebbe provato lui nel portarla tra la gente ignara dopo averla infiocchettata. Il loro rapporto Padrone/cagna era la sublimazione dell’intimità, nessuno sarebbe mai stato in grado di capirlo o intuirlo, per lei questo era un valore aggiunto di grandissima rilevanza. Nell’auto ferma in coda si scoprì eccitata, il vulcano tra le cosce era in piena attività e sentì il volto arrossarsi realizzando che non le si sarebbe certo asciugata prima di mostrarsi al medico, essendo una schiava naturale viveva l’imbarazzo come un potente e incontrollabile afrodisiaco. Un forte rumore proveniente dalla strada le fece girare di scatto la testa, a pochi metri da lei una rete delimitava un cantiere, all’interno un giovane operaio dal fisico possente perforava l’asfalto con un grosso martello pneumatico, aveva le gambe divaricate e manovrava l’attrezzo con vigore e perizia. Una lotta impari, uno squilibrato gioco di forza, penetrava il manto stradale come fosse burro, senza titubanza né delicatezza. Da quando aveva iniziato il suo percorso, Elisa aveva scoperto di avere una particolare predisposizione nel rapportare al sesso la quotidianità, era stato lui a destarle questo lato dormiente, ne aveva destati tanti, aveva iniziato a destarglieli fin dalla sera in cui la tirò fuori dal purgatorio per portarla su quelle montagne russe che compivano alternate incursioni nel paradiso e nell’inferno.

Alle 21 in punto, in piena tachicardia, premette il numero dell’interno che aveva ricevuto via sms, si accese il videocitofono e passarono una infinità di secondi prima che lui parlasse dopo averla osservata attentamente nel monitor: “ultimo piano, sali a piedi”. Per un fisico avvezzo ad attività ginniche sei piani di scale sono un’inezia ma il risalirli in preda ad un forte stato emotivo diventano il K2, trovò un passo che non la facesse arrivare troppo presto né impiegare troppo tempo, non voleva dargli l’idea di correre tra le sue braccia ma neanche deluderlo facendosi aspettare più del dovuto. Giunta alla meta lo trovò appena dentro casa che teneva la porta aperta, si fissarono negli occhi senza dire parola, lui immobile spostò lo sguardo sulla sua scollatura, le rigogliose mammelle danzavano un sensualissimo su e giù ritmato dal respiro affannato. Si sentì di nuovo fragile, vulnerabile, il bastardo aveva trovato un modo quasi sadico per abbatterle ogni velata velleità di opposizione psicologica, i feromoni crearono una fulminea sinapsi. Sempre in silenzio la prese per un braccio, la trascinò dentro e chiuse la porta, la condusse per alcuni passi vicino al tavolo del salone e dopo aver posizionato una sedia si abbassò i pantaloni, le tirò su la gonna, strappò le mutandine e finalmente le penetrò la vagina facendola mettere a cavalcioni sopra di lui. Entrambi presero il volo, lei impazzì capendo che per lui l’utero aveva significati molto più profondi, più intimi, più vincolanti rispetto al sesso orale e anale inizialmente concepito come carnalità sentimentalmente sterile. Quell’uomo vedeva le cose diversamente dagli altri, percorreva sentieri interpretativi anomali, tortuosi, elevava all’ennesima potenza la “normalità” enfatizzandola, attribuendole il difficile onere di trasformarsi in parametro valutativo. Considerava il coito comune, normale, quasi scontato, il vero termometro del rapporto, una unità di misura. Contraddizione apparente che si sarebbe trasformata in ancora forte e sicura in grado di  non lasciare andare alla deriva il legame.

Seguì una notte di riti iniziatici in cui Elisa prese piena coscienza del suo essere cagna, scoprì quanto la sua clitoride reagisse arrogante e traditrice alle cinghiate sulla pelle levigata, si sottopose senza remore al battesimo D’Annunziano accovacciandosi nel vano doccia con la pelle accapponata dalla gelida maiolica. Colse la differenza tra orgasmo e “scarico”, il primo tende a catturare, ingabbiare il piacere, il secondo ad espellerlo quando diventa devastante, insopportabile. Lui segnò il territorio, come usano fare molti maschi dominanti nel regno animale, depositando il suo seme nel ventre, nello stomaco e nelle viscere, si occupò anche dei capezzoli ma ciò che più di ogni altra cosa entrò nel fulcro esistenziale di Elisa fu il discorso che lui le fece all’apparire dell’alba, finito il quale le regalò con la lingua il primo scarico squirting della sua vita.

La mise a sedere nuda di fronte ad un grande specchio antico bordato da una cornice ottocentesca, le gambe oscenamente aperte e le mani legate ai braccioli della poltroncina, si posizionò sul puffo alle sue spalle, lei vedeva se stessa interamente ma di lui solo una parte dei capelli. Il respiro dell’ uomo divenne una pacata ma ferma voce fuori campo: “Mia adorabile cagna…”.

To be continued…

M.M.        

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Il percorso di Elisa… (chapter six)

Contrariamente a quanto era uso fare, non si produsse in affondi, in quel momento non sentiva il bisogno di invaderle la gola con un coito orale gratificante più sul piano ottico e psicologico che non squisitamente fisico, rimase immobile concedendo alla donna totale autonomia di azione. La bocca di Elisa era paragonabile ad una piccola orchestra affiatata in grado di suonare senza spartito, labbra, lingua e gola eseguivano una sinfonia meravigliosa magistralmente diretta da mani sapienti, una melodia silente ma irresistibile come l’Omerico canto delle sirene. Ingordigia travolgente e venerante timore, adulazione gestuale e coccole maliziose, civettuole reazioni espresse con il linguaggio del corpo ritmato da un ansimare in progressivo crescendo. Sarebbe stato irriverente, riduttivo, offensivo, definire “pompino”  ciò che lei stava facendo, la sua opera aveva qualcosa di mistico e pagano nello stesso tempo, questo conferiva alla situazione una blasfema sacralità, l’adorazione del piacere espressa attraverso il tormento interiore dell’abbandonarsi alle lusinghe dei peccati capitali. Le labbra morbide e sensuali catturavano la preda per poi restituirle subito una brevissima libertà… e poi ancora e ancora un susseguirsi di prendere e lasciare, luce e buio, caldo e freddo, un bagnasciuga, la battigia della voluttà. La lingua curiosa esplorava ogni millimetro spalmando con dovizia la saliva come volesse cospargere di crema tutto il membro, il giusto condimento per una leccornia agognata, le mani, le dita, parevano tentatoli avvolgenti che alternavano vellutate carezze a strette di possesso. La libidine si manifestò sul volto dell’uomo, stravolgendone i lineamenti, quando Elisa ancorò le unghie alle sue natiche dando vita ad un rapido, sempre più profondo, sibaritico andirivieni fino ad ingoiarlo tutto come un tunnel con il treno, ad ogni entrata in gola del glande lei fremeva appesantendo il respiro. Stava godendo, stava scaricando incessantemente, nel profondo della bocca aveva un punto “G”, erano scarichi preparatori, il consumarsi di una miccia, aspettava il suo inondarla per esplodere in uno scarico devastante. Lui se ne accorse e divenne crudele, si concentrò per ritardare il più possibile l’eiaculazione portandola alla soglia dell’esasperazione. Un interminabile delirio fuse i due corpi dando loro una sola anima, nell’anomalo brindisi non si disperse neanche una goccia, fu lui a doverla staccare per dare soluzione di continuità alla concupiscenza.

Riuscirono a dormire per circa due ore, al risveglio lei si vestì e corse a casa, per potersi presentare in ufficio decorosamente aveva bisogno di risistemarsi tra mura amiche, da quando aveva aperto gli occhi fino al saluto della sua segretaria non aveva pensato a niente altro oltre a quell’uomo. Col passare delle ore, dei minuti, dei secondi… si rafforzava in lei la convinzione di vivere in uno strano stand by, lui aveva fermato il tempo proprio tra l’abbagliare del lampo ed il fragore del tuono. Una suspance emotiva tutt’altro che rasserenante, flashback improvvisi si accavallavano senza una logica accettabile nella sua mente, uscendo gli aveva lasciato il biglietto con i suoi numeri telefonici, aveva tolto da tempo l’avvisatore acustico degli sms e questo la induceva a controllare in continuazione il display del cellulare, avevano passato la notte insieme, si erano goduti a vicenda, lui avrebbe sicuramente scritto o chiamato, una carineria considerata dovuta. Col passare delle ore stabilì che le carinerie non crescevano nell’orto del suo nuovo amante. Lui diede segni  d’esistenza intorno alla mezzanotte cogliendola nel pieno di una cervellotica elucubrazione, le donne non sanno resistere alla tentazione di prodursi in riflessioni psicanalitiche cangianti, partono dalla giustificazione più inverosimile per poi compiere una parabola che porta alla più tremenda delle condanne inflitta senza appello, almeno nelle intenzioni. Elisa era rannicchiata sul divano, ginocchia contro il seno e braccia che stringevano gli stinchi, il cellulare si illuminò squarciando il buio della stanza, messaggio da numero sconosciuto, era lui: “sto pensando a te…”. In pochissimi secondi il suo corpo subì una serie di escursioni termiche, reazioni contrastanti e ansie indefinibili, passata l’avvisaglia di un attacco isterico si fece largo il più odiato degli interrogativi: “E adesso??? Rispondo??? Non rispondo??? Faccio l’incazzata o la tranquilla indifferente??? Lo mando affanculo oppure gli rispondo gentilmente??? Magari avrà avuto qualche problema…”. Non fece in tempo a decidere, il cellulare si illuminò nuovamente…!!!

To be continued…

M.M.  

Il percorso di Elisa… (chapter four)

In pochi secondi il loro respirare divenne un peana a voglie animalesche e irrefrenabili, Elisa girò la testa all’indietro, le loro bocche, le loro lingue, si trovarono e diedero vita ad un rincorrersi frenetico alternando carezze a colpi di fioretto ispezionandosi in ogni millimetro, pareva si cercassero da sempre. Il bacio è anche, soprattutto, esplorativo, la combinazione che apre la cassaforte del desiderio fagocitante, il guizzar e l’accarezzare di una lingua esperta, avida, curiosa e intraprendente diviene preludio di quell’estasi che rende cibo e fauci contemporaneamente. Nel concitato mixare le salive cercavano entrambi di capire e carpire, lui le spingeva dentro la bocca tutta la lingua per saggiarne morbidezza, calore e accoglienza, lei gli offriva la punta della sua sfidandolo tacitamente a considerarla una clitoride da gratificare. Nessuno dei due chiuse gli occhi, sarebbe stato stupido perdersi il crescendo della libidine che intorpidiva gli sguardi, senza separare le bocche lui allungò un braccio e le infilò una mano sotto il vestito, accarezzò delicatamente la pancia dopo aver giocato per un secondo con l’ombelico, le sfiorò la fica per lungo scendendo fino oltre l’ano, con indice e medio piegati a gancio afferrò il perizoma nel punto più stretto e lo strappò via con un colpo liberando il suo reale obiettivo da barriere materiali e psicologiche. Catturò con le labbra la lingua di lei e prese a succhiarla famelico, Elisa sentì una scossa percorrerle il corpo quando capì che stava cercando di produrre più saliva possibile, giusta intuizione, infatti poco dopo stacco la bocca e fece colare il frutto del suo suggere sulla mano, nel mentre la costrinse a piegarsi meglio in avanti e con un piede le divaricò il compasso, sentì la mano esperta umettarle meticolosamente lo sfintere e la parte terminale del retto, ebbe un sussulto quando udì il sinistro aprirsi della cerniera lampo dei pantaloni. Era paralizzata da un mix di terrore e piacere, voglia e ansia, sentì mancarle il fiato quando la turgida e purpurea testa iniziò a farsi strada come un ariete nel suo anfratto più intimo, inesorabile, risoluto, niente e nessuno l’avrebbe fermato, le parve enorme, non riuscì neanche a dirgli che era la prima volta, sperò se ne accorgesse da solo, lui percepì la sua verginità ma questo anziché indurlo alla delicatezza rese il suo assalto ancora più profanatorio. Mentre con un ritmico su e giù la penetrava sempre più a fondo le teneva saldamente la testa contro la parete, quando prese totalmente possesso del territorio a lei parve di sentirlo fino nello stomaco, si fermò, era tutto dentro, duro, prepotente, arrogante, riavvicinò la testa alla spalla della donna ed esclamò:”adesso devi farmi godere solo con le tue contrazioni cagna bastarda”. La mano dell’uomo tornò sulla pancia e poi scese, le dita esperte esplorarono la sua fica ignorando volutamente la clitoride puntuta finché lei non mosse istintivamente il bacino per cercare il contatto, per offrirsi, per implorare attenzioni su quei sensibilissimi millimetri di corpo tesi fino allo spasmo. Con un gesto repentino gliela pizzicò fino a strapparle un urlo, iniziò a masturbarla segandola con due dita come fosse un piccolissimo pene, il primo scarico giunse all’improvviso, le contrazioni incontrollabili dello sfintere fecero ansimare l’uomo, quel bastardo voleva godere così, facendosi stimolare dalle contrazioni anali da scarico, quando cominciò a lavorarla in punta, inzuppando regolarmente il dito nei suoi umori ficali e sussurrandole nell’orecchio che la sua eiaculazione doveva passare solo attraverso il suo orgasmare, lei si perse in un susseguirsi di scarichi sempre più potenti, devastanti, incessanti, il pulsare del suo culo, come una idrovora, pompò tutto lo sperma caldo nelle viscere provocandole un temporaneo deliquio, l’uomo la inondò affondandole i denti nella carne nuda dopo averla insultata con crudeltà nel modo più osceno, rimasero incollati l’uno dentro l’altra per un tempo incalcolabile annientando il resto del mondo.

Elisa era seduta sul bidè con le spalle al muro, completamente nuda, il gettito d’acqua tiepida era rigenerante, avrebbe voluto guardarsi le dita mentre si lavava ma lo sguardo di lui la inibiva, riusciva a farle provare vergogna anche per un gesto banale, lo guardò con attenzione. Era appoggiato al lavabo, torso nudo e scalzo con indosso solo i pantaloni, fumava con una calma serafica, i suoi occhi erano nuovamente di ghiaccio, aveva un fisico atletico, muscoloso ma non palestrato, i pettorali si stagliavano sotto un villoso manto di peli sale e pepe, le braccia possenti,  una lunga cicatrice gli attraversava  orizzontalmente il ventre piatto, capì che non era la testimonianza di un intervento chirurgico bensì di un evento cruento, non osò chiedergli niente. Lui disse: “la notte è appena iniziata, caffè, the oppure qualcosa di forte?”, “un po’ di vino bianco ghiacciato, grazie”, lui uscì dal bagno abbozzando un sorriso e mimando teatralmente la gestualità di un cameriere che ha appena preso la comanda. Asciugandosi guardò un orologio posto sulla credenza antica che arredava una parete, qualcuno aveva ibridato classico e moderno con gusto, maioliche, cromature e pezzi d’epoca dialogavano perfettamente. Erano quasi le due, avrebbe dovuto alzarsi alle otto ma non ci pensava minimamente di andarsene, la precedente e fugace sodomizzazione era un messaggio da interpretare, lui non chiedeva, prendeva ciò che voleva stabilendo unilateralmente le priorità. Riapparve, le accarezzò la nuca infilandole la mano tra i capelli, le passò il bicchiere gelato sui capezzoli facendoli indurire e provocandole un brivido, lei prese il vino e ne bevve un sorso, da un mobile lui tirò fuori uno spazzolino ancora confezionato, lo pose vicino al lavandino e se ne andò dicendo: “ti aspetto in cucina…

To be continued…

M.M.