Il percorso di Elisa… (chapter ten)

Immobile a pochi centimetri dalla vetrata Elisa fissava il rimbalzare della pioggia fitta sul tavolo della terrazza, nonostante fosse notte fonda e avesse spento tutte le luci riusciva a vedere il ritmico, ipnotizzante, balletto dell’acqua. Era la terza sera consecutiva che si preparava inutilmente ma non era amareggiata, la notte del “battesimo”, della iniziazione, le aveva detto: “le volte in cui dovrò mettermi in viaggio ti darò una data indicativa del ritorno, a partire dalla quale ogni sera dovrai preparati per accogliermi senza nessun ulteriore preavviso”. Essere “pronta per lui” significava agghindarsi di tutto punto senza trascurare nemmeno il più piccolo dei dettagli, il suo feticismo per calze e scarpe doveva essere esaltato dall’insieme, abito, trucco, acconciatura, profumo, gioielli… Sorrise ricordando il concetto esplicativo inzuppato in un ditale di improbabile romanticismo: “la mia cagna deve essere una sinfonia, una partizione musicale, una composizione armoniosa, un’opera perfetta… non ci devono essere stonature”.

Nella lunga anticamera della voluttà la mente di Elisa apriva i file dei ricordi, visioni che si trasformavano in impennate di desiderio, la fica iniziava a pulsare, i capezzoli si inturgidivano e il divieto di scaricare zavorrava di libidine il suo bisogno del Padrone. Per un istante fu tentata di concedersi quello che lui chiamava: “uno scarico silente”, subito rimproverò se stessa per il solo averci pensato,  l’avesse fatto non sarebbe riuscita a nascondere i sensi di colpa e lui, inevitabilmente, se ne sarebbe accorto e l’avrebbe punita, un brivido le partì dalla nuca e percorse tutta la spina dorsale. “Silenti” erano definiti gli scarichi raggiunti senza toccarsi e senza far trapelare emozioni, dovette impegnarsi molto per imparare ad occultare ogni minima manifestazione, questo anomalo piacere creava una intimità elevata, una scossa elettrica che investiva entrambi senza contatto, lui glieli ordinava quando erano tra la gente ma anche quando lei era in riunione, in famiglia, con le amiche. Nelle situazioni più assurde, difficili, improponibili… arrivava il comando. Anche quella domenica in cui ebbe il primo “scarico silente” spontaneo pioveva a dirotto…

Mentre dialogava amabilmente a tavola con i suoi genitori arrivò il messaggio: “passo a prenderti alle 16,00 in punto cagna, look sexy elegante”, rispose immediatamente: “sì Padrone”. Controllò l’orologio e ringraziò mentalmente i suoi vecchi, quella di pranzare a mezzogiorno in punto era proprio una gran bella abitudine.

Arrivò puntuale e lei uscì immediatamente saltellando sulle punte verso l’automobile cercando di fasciarsi con lo spolverino, pensò di aver fatto bene ad aspettarlo nel portone, non era affatto un uomo che considerava il ritardo femminile un valore aggiunto al desiderio, tutt’altro. In macchina guardò divertito per qualche istante il disagio di lei causato dalle gocce di pioggia. Alla domanda: “dove mi porti Padrone?”, rispose alzando di poco lo stereo, messaggio in codice che fece piombare la donna in uno stato d’ansia che in pochi minuti divenne eccitazione. La guida priva di conversazione era sempre preludio di iniziative sconvolgenti. L’uomo si diresse verso la tangenziale e dopo svariati chilometri l’abbandonò per imboccare una strada comunale, in prossimità di una collina svoltò in una stradina privata ed iniziò un susseguirsi di curve bordate a velocità ridotta. Oltrepassarono un cancello aperto e proseguirono per un corto viale alberato, giunti nello spiazzo davanti ad una enorme cascina ristrutturata si fermò e spense il motore. Elisa rimase perplessa, pioveva a catinelle, l’aia era una distesa di fango e la distanza da ricoprire, nonostante fosse di pochi metri, pareva abissale. Il clacson squillò e da una porta uscì un omone vestito da buttero che si diresse verso di loro reggendo un grosso ombrello. Andò direttamente sul lato guida, lui scese dalla macchina e nel mentre, solo allora, si rese conto che indossava jeans scuri e scarponcini. I due parlottarono confidenzialmente girando intorno all’auto per andare da lei, lui aprì la portiera e con tono cordiale ma sguardo severo ordinò: “scendi”. Smontare da un SUV con tacchi a spillo, tubino a metà cosce, autoreggenti e senza mutandine è già problematico, farlo davanti ad un estraneo che guarda sfacciato e con la prospettiva di immergere i piedi nel fango diventa angosciante, il Padrone amava renderla vulnerabile mettendola in imbarazzo, in quell’istante colse il perché del look sexy elegante. Il terzetto guadagnò a passo svelto la tettoia stringendosi sotto l’ombrello, lì la donna trovò il coraggio di guardarsi i piedi, uno scempio. Gli uomini ripresero a confabulare dopo essersi spostati di qualche passo lanciandole occhiate preoccupanti. In quegli istanti iniziò a vedere una serie di scenari che la fecero agitare oltre misura, fu una di quelle volte in cui ebbe veramente paura. Quando il buttero rientrò nella cascina e lui la raggiunse sorridendole amorevolmente si tranquillizzò un pochino, la prese sottobraccio: “vieni cagna”. Sempre protetti dalla tettoia andarono sul retro del fabbricato ed entrarono in una specie di scuderia, Elisa pensò di trovarsi in un maneggio e improvvisamente ricadde nel panico, passarono davanti ad una lunga fila di box e lei cercò di distrarsi guardando i cavalli ma il cuore batteva impazzito nel petto.

Approdarono in una stalla con all’interno un piccolo recinto costruito con tubi in ferro, erano soli, lui tacque e lei non osò chiedere… dopo pochi minuti entrò il buttero con una stupenda cavallina dal manto marrone, assicurò le briglie e sparì, ricomparve di lì a breve accompagnato da un titanico stallone che mostrava segni di irrequietezza e smania da eccitazione. Elisa realizzò che stavano per assistere ad una monta equina. Le scene che seguirono si trasformarono in un ferro rovente nel ventre, lui calcò maliziosamente la mano sussurrandole: “per la cavallina è la prima volta”, quella tenera e deliziosa cavallina bramata dal montatore infoiato era “vergine”, stava per essere data in pasto ad un impeto sessuale che appariva essere devastante. Dopo un gioco fatto di effusioni che avevano qualcosa di ambiguamente tenero, lo stallone montò sopra e, aiutato dall’uomo nel recinto, la infilzò inesorabilmente, l’enorme fallo penetrò con la forza di un treno che si immerge nella galleria, una voglia bestiale inarrestabile impregnò il locale trasformandolo in un atipico lupanare, lo stallone prese a chiavarla come un ossesso scalpitando e tenendola ferma con i denti conficcati nel collo. Placato l’ardore il maschio si ritrasse seguitando a sgocciolare copiosi rigoli di sperma, fu in quell’istante che Elisa si senti presa, violata, posseduta, riempita, perse il controllo e cedette ad un traditore “scarico silente”, silente ma non abbastanza per il Padrone, subito si accorse che la stava osservando, quando l’uomo del maneggio portò via il cavallo le disse acido: “hai scaricato senza il mio permesso, cagna bastarda”.

Durante il viaggio di ritorno Elisa cercò di immaginare come l’avrebbe punita per quella grave disubbidienza, il Padrone era giustamente adirato e lei si sentiva in colpa…

To be continued…  

M.M.

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