Il percorso di Elisa… (chapter fourteen)

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Elisa aveva preso tantissimi aerei ma mai un elicottero, l’emozione di poter osservare il mondo a bassa quota mitigava l’ansia che la pervadeva da dieci giorni, da quando il Padrone le aveva inviato quella strana missiva: “passerà un mio incaricato a prenderti il 9 settembre alle ore 9 precise, sii puntualissima, porta solo te stessa e niente altro”.

Sorvolando la macchia Umbra viveva la rassicurante sensazione che il ritmico rumore dei rotori coprisse i suoi pensieri laidi frutto di una vanità non ancora completamente sotto controllo, l’elicotterista pareva esser uscito da un film d’azione Americano. Aiutandola a salire a bordo aveva spudoratamente guardato tra le sue cosce, inevitabilmente aperte, indugiando sullo sfacciato e carnoso cameltoe, stessa attenzione alle rigogliose mammelle imprigionate in una stretta scollatura. Per un solo attimo la donna pensò di mettergli una mano sul cazzo in modo da saggiarne consistenza e volume, era convinta fosse eretto e immaginò una fellatio in volo, si riprese subito rimproverandosi, il Padrone si sarebbe adirato oltre modo e l’avrebbe punita crudelmente.

La voce decisa e virile dell’uomo penetrò nelle sue orecchie: “stiamo per arrivare”. In mezzo ad una fitta boscaglia lei vide la sagoma del fabbricato, un pentagono perfetto con sul tetto piatto una grande H al centro di un cerchio bianco, capì che sarebbero atterrati lì. Prima di liberarla dalle cinture di sicurezza, senza curarsi minimamente di non toccarla, il pilota la fisso negli occhi per qualche secondo da sotto i suoi occhiali specchiati, Elisa pensò che lui fosse a conoscenza del suo immediato futuro, provò ancora una volta quella immediata vergogna traditrice che le mandava in erezione capezzoli e clitoride. Compiendo qualche passo incerto sotto il vortice prodotto delle pale vide il vano ascensore indicatole dal pilota.

foto2L’uccello metallico riprese il volo rapidamente, lei si infilò in una specie di montacarichi e premette il tasto “loft”.  Giunta nel locale venne colta da quell’irresistibile stallo ipnotico che esercitano paura e mistero quando si ibridano con l’attrazione. I cinque lati erano lunghi circa dieci metri l’uno ed alti quattro, tre pareti composte da enormi specchi e due da muri neri, uno attrezzato come cucina con tanto di congelatori pieni di vivande in grado di garantire una lunga autonomia alimentare, l’altra era al buio. Si avvicinò lentamente in punta di piedi, quando il suo corpo attivò i sensori della luce le apparvero un asse da stiro, una cesta piena di camicie che riconobbe essere del Padrone, prodotti e attrezzi per la pulizia domestica.  Solo allora notò che in quell’enorme locale non avrebbe trovato un granello di polvere, tutto splendeva ma intuì che nessuno avrebbe più pulito, nessuno tranne lei, quella parete esprimeva alla perfezione il concetto di cagna/serva che aveva il Padrone. Nella zona notte troneggiava un enorme letto a pochi centimetri da una delle pareti a specchio. Le altre due erano allestite a salotto, con un grande divano a ferro di cavallo in velluto nero, e a zona camerino open space, numerose staggere con tantissimi abiti appesi di varie epoche storiche e moderne, c’erano anche un paio di bauli antichi pieni di lingerie ed un grande scaffale che dava alloggio ad una infinita quantità di scarpe, sandali e stivali di varia foggia. Il Padrone aveva provveduto a tutto, finito di esplorare il perimetro si diresse verso il centro, anche qui si accese la luce, c’era il bagno, lavandino, bidet, doccia e turca erano chiusi in una gabbia di vetro, la disposizione dei sanitari era stata studiata in modo da eliminare ogni intimità, si sentì nuda e vulnerabile come non mai, prese a respirare lungo per scongiurare un imminente attacco di panico.

Seduta sul divano iniziò a leggere la lettera scritta a mano che aveva trovato sul tavolino: “cagna adorata, il Padrone ti è vicino e ti vede”. Dall’elicottero aveva notato una dependance a pochi metri dal “pentagono”, forse Lui era lì, scandagliò con gli occhi il loft in cerca di telecamere, no, assolutamente no, il Padrone non desiderava certo una situazione da reality, la vedeva perché la percepiva, la intuiva, la leggeva. Aveva piazzato videocamere virtuali nella stanza dei suoi pensieri, ascoltava la voce della sua intimità, riceveva i segnali della sua sessualità.

Quella strana costruzione non aveva finestre né balconi, non c’erano porte visibili oltre a quella dell’ascensore, non vi erano nemmeno tv, stereo e pc, un silenzioso climatizzatore garantiva il ricambio d’aria e una gradevole, costante temperatura. Quando Lui le aveva parlato di una “fase introspettiva”, vissuta full time, in un contesto che l’avrebbe depurata da dubbi e titubanze, non immaginava certo di ritrovarsi inginocchiata su un simile banco di prova. L’avventura con quell’uomo era iniziata da un tempo relativamente breve ma intenso, i lunghi dialoghi, le “lezioni” impartite e la sua intelligenza di donna recettiva e consapevole, erano più che sufficienti per poter interpretare nel modo giusto la situazione che si apprestava a vivere.

Ciò che gli altri avrebbero chiamato gabbia per Lui era una “oasi”, ciò che gli altri avrebbero chiamato prigionia per Lui era unfoto3 “viaggio nell’io”, la negazione della privacy, durante le funzioni corporali, non era dovuta a perversioni estreme bensì alla “esasperazione della vergogna”. Durante il suo soggiorno nel loft avrebbe cucinato e lavato i piatti, pulito il pavimento e stirato le camicie, mansioni espletate e vissute come metafore, un tangibile asservimento finalizzato a due obiettivi che ancora ignorava. Al Padrone non interessava assolutamente verificare le sue doti di massaia, a Lui premeva scavare un profondo fossato tra la donna in carriera vincente, sicura, forte, decisa e la cagna devota e sottomessa. Parallelamente avrebbe valutato le spinte motivazionali, qualora lei avesse interpretato questi rituali come un contorto gioco erotico, avrebbe interrotto percorso e rapporto riaccompagnandola a casa in un lungo e silente addio. Se invece fosse emerso il piacere reale di servirlo, il desiderio di ubbidirgli incondizionatamente, quell’amore viscerale e genuflesso che una cagna vera sente nell’anima, non avrebbe dato soluzione di continuità al loro cammino.

Elisa si sentiva in balìa di una tromba d’aria che la risucchiava in un turbinio di pensieri ed emozioni. Nella sua essenza di donna non aveva mai ipotizzato di ritrovarsi a dover mantenere l’equilibrio sulla lama del dualismo interiore, un equilibrio che Lui viveva come un nemico del “percorso”. Pensò che quella esperienza servisse proprio per giungere ad una netta scissione, a quello sdoppiamento che avrebbe fermato l’altalena e generato due vite parallele. Sapeva di essere amata, seppur complesso, articolato, inquietante, l’amore del Padrone lei lo viveva, lo respirava, lo sentiva sulla pelle, nel cuore, nel ventre, nel cervello, un amore ricambiato e vissuto con eguale intensità e coinvolgimento ma ancora immerso nelle paure…  

To be continued…

M.M.     

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Il percorso di Elisa… (chapter thirteen)

up

Seguendo scrupolosamente le disposizioni impartitele, Elisa arrivò alle otto in punto a casa del Padrone, aprì la porta senza fare rumore e si diresse in bagno camminando in punta di piedi, dopo essersi denudata prese ad indossare ciò che lui le aveva preparato. Uno scamiciato a fiorellini abbottonato sul davanti, ciabatte da casa e capelli raccolti in un foulard annodato sulla testa, look da “serva”, niente trucco, niente calze, niente intimo. Dopo un’ultima occhiata allo specchio si diresse verso la camera da letto, bussò, alla risposta: ”avanti” entrò nella stanza: “buongiorno Padrone”, “buongiorno cagna”, “cosa gradisci Padrone?”, “una tazza di tè caldo”, “zucchero o miele Padrone?”, “miele, il tuo cagna”. La donna abbassò il capo manifestando obbedienza. Alcuni minuti dopo ricomparve reggendo un piccolo vassoio con una tazza fumante e un cucchiaino, appoggiò il tutto sul comodino e si posizionò in piedi di fianco al letto. Dopo aver sbottonato e aperto il grembiule, divaricò le gambe, prese il cucchiaino ed iniziò a leccarlo e succhiarlo con lascivia, dopo averlo ben insalivato se lo infilò tutto nella fica e prese a muoverlo dentro. Lui era sdraiato nudo sul letto, palesemente eccitato ma silente, quando i loro occhi si incrociarono lei non resse lo sguardo perverso e penetrante del Padrone, scaricò senza alcun ritegno in modo quasi animalesco. Ancora ansimante sfilò il cucchiaino e lo immerse nel tè rigirandolo lentamente…

In un rapporto Padrone/cagna la ritualità ha valenza fondamentale, crea un adattamento, una accettazione psicologica che trasforma il corpo in strumento per nutrire di piacere la mente. E’ uno scindere il godimento istintivo del corpo da quello cerebrale, una scissione che rende la carne sottomessa e dominata dal pensiero padrone dell’indole. La differenza tra l’essere una cagna vera e il praticare “giochi” trasgressivi con partner occasionali, la si evince proprio dal trasferire e accentrare il godimento nella psiche. Un Padrone degno di definirsi tale scopa soprattutto il cervello, lo fa passando attraverso il corpo invertendo l’ordine “fine/mezzo”. Una “pseudo cagna” che sperimenta usa la propria fisicità per giungere anch’essa ad un piacere mentale ma questo è elaborato, finalizzato ad un soddisfacimento egoista, è lei ad usare il Master di turno. La “cagna vera” vincola il proprio godimento a quello del Padrone. Come si è già detto in precedenza, il Padrone gestisce totalmente la sessualità della cagna. Quando si compie un “Percorso” come quello di Elisa, magari in età adulta, si ha un SOLO Padrone per tutta la vita, una figura insostituibile.

Aspetto essenziale è il coinvolgimento emotivo, Elisa ama “con le vene” il Padrone così come lui ama lei, un sentimento nato dall’incastro di due esigenze, due tendenze che si compensano perfettamente al punto da fondersi, saldarsi, diventare un “blocco” unico. La consapevolezza del proprio “ruolo” è la chiave di volta. Un Padrone scardina resistenze e reticenze, si impossessa delle mappe più intime, segrete, inconfessabili della cagna, questo significa “scopare il cervello”. Un Padrone non crea un cagna, no, fa emergere l’indole della cagna, seppur latente ma esistente, abbatte barriere e steccati trasformando pulsioni da sempre represse in fonte di appagamento reciproco.

To be continued

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter ten)

Immobile a pochi centimetri dalla vetrata Elisa fissava il rimbalzare della pioggia fitta sul tavolo della terrazza, nonostante fosse notte fonda e avesse spento tutte le luci riusciva a vedere il ritmico, ipnotizzante, balletto dell’acqua. Era la terza sera consecutiva che si preparava inutilmente ma non era amareggiata, la notte del “battesimo”, della iniziazione, le aveva detto: “le volte in cui dovrò mettermi in viaggio ti darò una data indicativa del ritorno, a partire dalla quale ogni sera dovrai preparati per accogliermi senza nessun ulteriore preavviso”. Essere “pronta per lui” significava agghindarsi di tutto punto senza trascurare nemmeno il più piccolo dei dettagli, il suo feticismo per calze e scarpe doveva essere esaltato dall’insieme, abito, trucco, acconciatura, profumo, gioielli… Sorrise ricordando il concetto esplicativo inzuppato in un ditale di improbabile romanticismo: “la mia cagna deve essere una sinfonia, una partizione musicale, una composizione armoniosa, un’opera perfetta… non ci devono essere stonature”.

Nella lunga anticamera della voluttà la mente di Elisa apriva i file dei ricordi, visioni che si trasformavano in impennate di desiderio, la fica iniziava a pulsare, i capezzoli si inturgidivano e il divieto di scaricare zavorrava di libidine il suo bisogno del Padrone. Per un istante fu tentata di concedersi quello che lui chiamava: “uno scarico silente”, subito rimproverò se stessa per il solo averci pensato,  l’avesse fatto non sarebbe riuscita a nascondere i sensi di colpa e lui, inevitabilmente, se ne sarebbe accorto e l’avrebbe punita, un brivido le partì dalla nuca e percorse tutta la spina dorsale. “Silenti” erano definiti gli scarichi raggiunti senza toccarsi e senza far trapelare emozioni, dovette impegnarsi molto per imparare ad occultare ogni minima manifestazione, questo anomalo piacere creava una intimità elevata, una scossa elettrica che investiva entrambi senza contatto, lui glieli ordinava quando erano tra la gente ma anche quando lei era in riunione, in famiglia, con le amiche. Nelle situazioni più assurde, difficili, improponibili… arrivava il comando. Anche quella domenica in cui ebbe il primo “scarico silente” spontaneo pioveva a dirotto…

Mentre dialogava amabilmente a tavola con i suoi genitori arrivò il messaggio: “passo a prenderti alle 16,00 in punto cagna, look sexy elegante”, rispose immediatamente: “sì Padrone”. Controllò l’orologio e ringraziò mentalmente i suoi vecchi, quella di pranzare a mezzogiorno in punto era proprio una gran bella abitudine.

Arrivò puntuale e lei uscì immediatamente saltellando sulle punte verso l’automobile cercando di fasciarsi con lo spolverino, pensò di aver fatto bene ad aspettarlo nel portone, non era affatto un uomo che considerava il ritardo femminile un valore aggiunto al desiderio, tutt’altro. In macchina guardò divertito per qualche istante il disagio di lei causato dalle gocce di pioggia. Alla domanda: “dove mi porti Padrone?”, rispose alzando di poco lo stereo, messaggio in codice che fece piombare la donna in uno stato d’ansia che in pochi minuti divenne eccitazione. La guida priva di conversazione era sempre preludio di iniziative sconvolgenti. L’uomo si diresse verso la tangenziale e dopo svariati chilometri l’abbandonò per imboccare una strada comunale, in prossimità di una collina svoltò in una stradina privata ed iniziò un susseguirsi di curve bordate a velocità ridotta. Oltrepassarono un cancello aperto e proseguirono per un corto viale alberato, giunti nello spiazzo davanti ad una enorme cascina ristrutturata si fermò e spense il motore. Elisa rimase perplessa, pioveva a catinelle, l’aia era una distesa di fango e la distanza da ricoprire, nonostante fosse di pochi metri, pareva abissale. Il clacson squillò e da una porta uscì un omone vestito da buttero che si diresse verso di loro reggendo un grosso ombrello. Andò direttamente sul lato guida, lui scese dalla macchina e nel mentre, solo allora, si rese conto che indossava jeans scuri e scarponcini. I due parlottarono confidenzialmente girando intorno all’auto per andare da lei, lui aprì la portiera e con tono cordiale ma sguardo severo ordinò: “scendi”. Smontare da un SUV con tacchi a spillo, tubino a metà cosce, autoreggenti e senza mutandine è già problematico, farlo davanti ad un estraneo che guarda sfacciato e con la prospettiva di immergere i piedi nel fango diventa angosciante, il Padrone amava renderla vulnerabile mettendola in imbarazzo, in quell’istante colse il perché del look sexy elegante. Il terzetto guadagnò a passo svelto la tettoia stringendosi sotto l’ombrello, lì la donna trovò il coraggio di guardarsi i piedi, uno scempio. Gli uomini ripresero a confabulare dopo essersi spostati di qualche passo lanciandole occhiate preoccupanti. In quegli istanti iniziò a vedere una serie di scenari che la fecero agitare oltre misura, fu una di quelle volte in cui ebbe veramente paura. Quando il buttero rientrò nella cascina e lui la raggiunse sorridendole amorevolmente si tranquillizzò un pochino, la prese sottobraccio: “vieni cagna”. Sempre protetti dalla tettoia andarono sul retro del fabbricato ed entrarono in una specie di scuderia, Elisa pensò di trovarsi in un maneggio e improvvisamente ricadde nel panico, passarono davanti ad una lunga fila di box e lei cercò di distrarsi guardando i cavalli ma il cuore batteva impazzito nel petto.

Approdarono in una stalla con all’interno un piccolo recinto costruito con tubi in ferro, erano soli, lui tacque e lei non osò chiedere… dopo pochi minuti entrò il buttero con una stupenda cavallina dal manto marrone, assicurò le briglie e sparì, ricomparve di lì a breve accompagnato da un titanico stallone che mostrava segni di irrequietezza e smania da eccitazione. Elisa realizzò che stavano per assistere ad una monta equina. Le scene che seguirono si trasformarono in un ferro rovente nel ventre, lui calcò maliziosamente la mano sussurrandole: “per la cavallina è la prima volta”, quella tenera e deliziosa cavallina bramata dal montatore infoiato era “vergine”, stava per essere data in pasto ad un impeto sessuale che appariva essere devastante. Dopo un gioco fatto di effusioni che avevano qualcosa di ambiguamente tenero, lo stallone montò sopra e, aiutato dall’uomo nel recinto, la infilzò inesorabilmente, l’enorme fallo penetrò con la forza di un treno che si immerge nella galleria, una voglia bestiale inarrestabile impregnò il locale trasformandolo in un atipico lupanare, lo stallone prese a chiavarla come un ossesso scalpitando e tenendola ferma con i denti conficcati nel collo. Placato l’ardore il maschio si ritrasse seguitando a sgocciolare copiosi rigoli di sperma, fu in quell’istante che Elisa si senti presa, violata, posseduta, riempita, perse il controllo e cedette ad un traditore “scarico silente”, silente ma non abbastanza per il Padrone, subito si accorse che la stava osservando, quando l’uomo del maneggio portò via il cavallo le disse acido: “hai scaricato senza il mio permesso, cagna bastarda”.

Durante il viaggio di ritorno Elisa cercò di immaginare come l’avrebbe punita per quella grave disubbidienza, il Padrone era giustamente adirato e lei si sentiva in colpa…

To be continued…  

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter nine)

Non temere, ti tengo in equilibrio”, così dicendo lui l’afferrò per le mammelle e la tirò verso se facendola basculare sulle gambe posteriori della sedia, fermò lo schienale sui pettorali e fissò per qualche secondo l’immagine riflessa nello specchio. “osserva bene cagna, per capire cosa sia realmente la fica bisogna guardarla dal basso verso l’alto, una prospettiva che ne esalta l’arroganza, la forza, l’immortalità del desiderio. Un baluardo in grado di reggere miriadi di assalti. Eccola… anarchica, tentatrice, ammaliante, a volte rassicurante a volte inquietante, sorniona e infida capace di sanguinare per giorni senza morire, gattina e tigressa, diabolica tagliola e tempio da profanare. Nel suo essere perniciosa la fica è il vero peccato originale, esaspera la maschia virilità per poi avvilirla… avviluppa, imprigiona, si sazia ed espelle i resti, sfratta la resa”.

Dopo aver rimesso la sedia in stabilità lui infilò le mani sotto i braccioli, divaricò il medio e l’anulare della sinistra ai lati delle grandi labbra tirandole su il cameltoe per denudare la clitoride, con il pollice e l’indice della destra iniziò a “segarla” con scafata destrezza. Il sincero sospirare rendeva Elisa ulteriormente vulnerabile, l’uomo si fermò più volte per alienarle lo scarico, in un attimo di lucidità lei capì che glielo avrebbe concesso solo se lo avesse implorato con umiltà e sottomissione… Così fece.

I momenti di quiete successivi agli scarichi devastanti erano quelli in cui lui vestiva i panni del Maestro Educatore, nel tempo la donna imparò a capire che questa era una sua peculiarità, a lui non interessavano impegni estorti in fase di alterazione, no, a lui premeva dettare le linee guida interloquendo col suo cervello, non con i punti anatomici sensibili. Il percorso doveva compiersi su una direttrice razionale, quella dei sensi sarebbe stata troppo delicata, temporanea. Rispettando l’efficacia psicologica della gestualità spostò la bocca verso l’altro orecchio e assunse un tono di voce fermo: “il rapporto Padrone cagna è una fusione che si realizza abbracciando una logica perversa, lo si vive attraverso disubbidienze imposte e conseguenti punizioni, il Padrone ordina alla cagna di sbagliare per poi punirla, la cagna non può e non deve trasgredire un ordine prendendo iniziative. Per quanto possa sembrare anomalo, contorto, questo è il concetto base, il labirinto che conduce negli abissi del piacere. La dominazione si espleta attraverso castighi, imposizioni e umiliazioni che definiscono i ruoli solo in superficie, calandosi negli oscuri anfratti è concettualmente impossibile stabilire chi sia il vero nocchiere. Un sodalizio, un intreccio di questa natura, non è annoverabile tra le concezioni di DAF in quanto trattasi di un do ut des e non di un appagamento unilaterale, il mio piacere nasce dal tuo e viceversa, il mio essere Padrone si intreccia e salda col tuo essere cagna”. Il tono si fece autoritario: “assumerò la gestione totale e incondizionata della tua sessualità, senza il mio permesso, senza il permesso del tuo Padrone, non potrai più scaricare. Convoglierò il tuo piacere verso i miei desideri, il tuo godimento si voterà esclusivamente al mio e sarà finalizzato al soddisfacimento delle mie turpi voglie…”. Elisa interpretò la pausa come una richiesta di accettazione, abbassò lo sguardo e sussurrò: “sì Padrone”, con asprezza:“non ho finito cagna”, “perdonami Padrone”. La voce dell’uomo divenne suadente, narrante, parole fuori campo che avevano il potere di rendere nitidi gli scenari: “Quando sarai una schiava perfetta vivrai la tua avvenenza con imbarazzo, fastidio, gli avidi sguardi degli uomini diventeranno tentativi di invasione nella proprietà del tuo Padrone, attacchi al TESORO del tuo Padrone. Arrossirai nel raccontarmi i ballon d’essai di abbordaggio e apprezzamenti a te indirizzati, avremo una vita sociale nella quale emanerai con eleganza e raffinatezza il tuo profumo di preda, quando la timidezza avvolge il corpo provocante di una donna il subliminale richiamo della fragilità diventa irresistibile, le intraprendenze dei maschi attratti daranno vita a severe punizioni che ti elargirò senza clemenza alcuna”. Elisa non esitò: “Padrone, da quando sono stata tua gli occhi degli uomini sul mio corpo mi creano disagio…”, nella spontanea enunciazione del suo pensiero si rese conto che lui stava trasformando orgoglio e vanità femminile in devozione, forza di volontà e carattere in armi per assecondarlo, non per contrastarlo…   

To be continued…

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter eight)

Elisa uscì di casa e prese l’ascensore per scendere al livello box, salì in auto e si immerse nel traffico attivando il climatizzatore ad una temperatura sufficiente per scongiurare il pericolo di sudare. Sapeva bene cosa l’aspettava, a lui non era bastato marchiarla, le aveva dato disposizioni precise senza neanche premurarsi di parlarne prima per rendere più morbido il suo ulteriore passo verso quello che definiva il possesso totale e incondizionato. Il Padrone aveva deciso di farle praticare da un chirurgo tre fori per parte lungo le grandi labbra, sei occhielli che gli avrebbero consentito di allacciarle la fica con un nastro di seta rosso vermiglio. Non c’era nessun collegamento con la castità forzata riferibile alle metalliche cinture del medioevo, assolutamente no, prima di possederla lui voleva liberarla, scioglierla, scartarla, come il più prezioso dei doni mai ricevuti, non solo, Elisa percepiva chiaramente cosa avrebbe provato lui nel portarla tra la gente ignara dopo averla infiocchettata. Il loro rapporto Padrone/cagna era la sublimazione dell’intimità, nessuno sarebbe mai stato in grado di capirlo o intuirlo, per lei questo era un valore aggiunto di grandissima rilevanza. Nell’auto ferma in coda si scoprì eccitata, il vulcano tra le cosce era in piena attività e sentì il volto arrossarsi realizzando che non le si sarebbe certo asciugata prima di mostrarsi al medico, essendo una schiava naturale viveva l’imbarazzo come un potente e incontrollabile afrodisiaco. Un forte rumore proveniente dalla strada le fece girare di scatto la testa, a pochi metri da lei una rete delimitava un cantiere, all’interno un giovane operaio dal fisico possente perforava l’asfalto con un grosso martello pneumatico, aveva le gambe divaricate e manovrava l’attrezzo con vigore e perizia. Una lotta impari, uno squilibrato gioco di forza, penetrava il manto stradale come fosse burro, senza titubanza né delicatezza. Da quando aveva iniziato il suo percorso, Elisa aveva scoperto di avere una particolare predisposizione nel rapportare al sesso la quotidianità, era stato lui a destarle questo lato dormiente, ne aveva destati tanti, aveva iniziato a destarglieli fin dalla sera in cui la tirò fuori dal purgatorio per portarla su quelle montagne russe che compivano alternate incursioni nel paradiso e nell’inferno.

Alle 21 in punto, in piena tachicardia, premette il numero dell’interno che aveva ricevuto via sms, si accese il videocitofono e passarono una infinità di secondi prima che lui parlasse dopo averla osservata attentamente nel monitor: “ultimo piano, sali a piedi”. Per un fisico avvezzo ad attività ginniche sei piani di scale sono un’inezia ma il risalirli in preda ad un forte stato emotivo diventano il K2, trovò un passo che non la facesse arrivare troppo presto né impiegare troppo tempo, non voleva dargli l’idea di correre tra le sue braccia ma neanche deluderlo facendosi aspettare più del dovuto. Giunta alla meta lo trovò appena dentro casa che teneva la porta aperta, si fissarono negli occhi senza dire parola, lui immobile spostò lo sguardo sulla sua scollatura, le rigogliose mammelle danzavano un sensualissimo su e giù ritmato dal respiro affannato. Si sentì di nuovo fragile, vulnerabile, il bastardo aveva trovato un modo quasi sadico per abbatterle ogni velata velleità di opposizione psicologica, i feromoni crearono una fulminea sinapsi. Sempre in silenzio la prese per un braccio, la trascinò dentro e chiuse la porta, la condusse per alcuni passi vicino al tavolo del salone e dopo aver posizionato una sedia si abbassò i pantaloni, le tirò su la gonna, strappò le mutandine e finalmente le penetrò la vagina facendola mettere a cavalcioni sopra di lui. Entrambi presero il volo, lei impazzì capendo che per lui l’utero aveva significati molto più profondi, più intimi, più vincolanti rispetto al sesso orale e anale inizialmente concepito come carnalità sentimentalmente sterile. Quell’uomo vedeva le cose diversamente dagli altri, percorreva sentieri interpretativi anomali, tortuosi, elevava all’ennesima potenza la “normalità” enfatizzandola, attribuendole il difficile onere di trasformarsi in parametro valutativo. Considerava il coito comune, normale, quasi scontato, il vero termometro del rapporto, una unità di misura. Contraddizione apparente che si sarebbe trasformata in ancora forte e sicura in grado di  non lasciare andare alla deriva il legame.

Seguì una notte di riti iniziatici in cui Elisa prese piena coscienza del suo essere cagna, scoprì quanto la sua clitoride reagisse arrogante e traditrice alle cinghiate sulla pelle levigata, si sottopose senza remore al battesimo D’Annunziano accovacciandosi nel vano doccia con la pelle accapponata dalla gelida maiolica. Colse la differenza tra orgasmo e “scarico”, il primo tende a catturare, ingabbiare il piacere, il secondo ad espellerlo quando diventa devastante, insopportabile. Lui segnò il territorio, come usano fare molti maschi dominanti nel regno animale, depositando il suo seme nel ventre, nello stomaco e nelle viscere, si occupò anche dei capezzoli ma ciò che più di ogni altra cosa entrò nel fulcro esistenziale di Elisa fu il discorso che lui le fece all’apparire dell’alba, finito il quale le regalò con la lingua il primo scarico squirting della sua vita.

La mise a sedere nuda di fronte ad un grande specchio antico bordato da una cornice ottocentesca, le gambe oscenamente aperte e le mani legate ai braccioli della poltroncina, si posizionò sul puffo alle sue spalle, lei vedeva se stessa interamente ma di lui solo una parte dei capelli. Il respiro dell’ uomo divenne una pacata ma ferma voce fuori campo: “Mia adorabile cagna…”.

To be continued…

M.M.        

Il percorso di Elisa… (chapter seven)

Sono in macchina, se mi dai l’indirizzo passo da te”. Elisa rimase pietrificata, ci sono momenti in cui si percepisce la potenza del Big Bang. Cervello, cuore, budella e ventre schizzano via dal corpo in direzioni diverse rivendicando il diritto di decidere, di far valere le proprie ragioni, tutte giuste, tutte motivate ma in netto contrasto tra loro, in questa circostanza a rimanere in piedi sul ring del tutti contro tutti furono le budella. Quello stronzo pretendeva di essere accolto a braccia e gambe aperte dopo aver latitato tutto il giorno, chi credeva di essere??? Con chi pensava di avere a che fare??? Una come me di uomini così ne trova dieci al giorno (quando si dice mentire a se stessi), rispose di pancia: “non sono una tua concubina, buona vita”. Dopo una mezzora di silenzio i “pezzi” iniziarono a rientrare nei ranghi, seppur guardandosi in cagnesco, alle tre di notte Morfeo le regalò un sonno agitato ma comunque ristoratore, appena il sibilo della sveglia annunciò il nuovo giorno prese istintivamente in mano in cellulare, nessun messaggio, sotto il tiepido ma potente scrosciare della doccia ebbe le prime avvisaglie di un incombente tormento, quello di aver fatto una cazzata clamorosa. Lui, algido come un iceberg e duro come il granito, la tenne a “bagnomaria” per tre lunghe, interminabili, settimane, come si fosse smaterializzato.

Il trascorrere del tempo lo si vive in modo disuguale, senza volerlo si è costretti a subire bizzarre accelerazioni e snervanti rallentamenti provocati da un orologio giullare che non difetta in sadica perfidia, accorcia anni e allunga giorni manovrando le lancette come strumenti di tortura per mettere a dura prova il regolare oscillare della pendola emotiva. Elisa visse quei ventuno giorni come secoli di purgatorio ma ebbe la forza di non modificare la sua vita pratica, lavoro, palestra, frequentazioni, cinema, teatro, week end fuori, non interruppe neanche le solite cene dai suoi. In lei aveva eretto una linea di confine, anzi, un’area blindata isolata dal mondo, una stanza circolare piena di specchi capaci di riflettere ciò che aveva dentro. Il duello a distanza con quell’uomo si articolò su vari livelli e passaggi. La sua grande intelligenza riuscì, in pochi giorni, a razionalizzare le cose delineandole gradualmente, acquisì la totale convinzione che lo avrebbe rivisto, lui non era il tipo d’uomo da accontentarsi di un incontro. Cercò di guardare oltre, il loro conoscersi e darsi non si poteva certo definire banale ma neanche eclatante oltre misura, ciò che rendeva speciale il tutto consisteva in quel tarlo che lui era riuscito ad insinuare in lei, un tarlo infaticabile che scavava micro gallerie demolendo quell’involucro protettivo che custodiva la sua essenza di femmina. I discorsi, gli sguardi, il tono della voce che marcava il suo dire, era riuscito a vedere quello che lei spesso negava a se stessa, pareva lui fosse al corrente delle sue fantasie masturbatorie, unici momenti in cui liberava la cagna che guaiva nella sua mente. Era un Padrone con il collare in mano, Elisa doveva semplicemente decidere se infilarci la testa scodinzolando oppure andarsene, lui non l’avrebbe mai inseguita per tentare di convincerla, tutto dipendeva esclusivamente da lei, capì subito che questa totale autonomia lui gliela aveva lasciata affinchè facesse una scelta definitiva, convinta, senza ripensamenti né retromarce. Realizzò anche che il suo ultimo messaggio altro non era stato che un test, gli avesse risposto inviandogli l’indirizzo, molto probabilmente, lui non sarebbe andato da lei e non lo avrebbe più incontrato.

Tutto divenne chiaro, il black out aveva uno scopo preciso ma per lei era impossibile stabilirne la durata. Presa coscienza della situazione, Elisa si rese conto di aver già deciso, soprattutto di essere, a cavallo tra il conscio e l’inconscio, in attesa di un Padrone da anni, lui aveva tutta l’aria di essere quello giusto e poi le piaceva terribilmente, in tutto. Gestire lo stato d’ansia che spadroneggia nei periodi di attesa è cosa ardua, da brava manager quale era decise di abbozzare un qualcosa assimilabile ad una strategia, non voleva essere invadente né insistente, lui non avrebbe gradito, pensò di inviargli un sms, sempre lo stesso, ogni dieci giorni a mezzanotte in punto. Furono due, il primo ignorato, il secondo cadde esattamente al ventunesimo giorno successivo all’ultimo contatto, rispose dopo pochi minuti. Elisa: “sono pronta, Padrone”, lui: “domani cagna, casa mia ore 21”.

To be continued…

M.M.   

Il percorso di Elisa… (chapter six)

Contrariamente a quanto era uso fare, non si produsse in affondi, in quel momento non sentiva il bisogno di invaderle la gola con un coito orale gratificante più sul piano ottico e psicologico che non squisitamente fisico, rimase immobile concedendo alla donna totale autonomia di azione. La bocca di Elisa era paragonabile ad una piccola orchestra affiatata in grado di suonare senza spartito, labbra, lingua e gola eseguivano una sinfonia meravigliosa magistralmente diretta da mani sapienti, una melodia silente ma irresistibile come l’Omerico canto delle sirene. Ingordigia travolgente e venerante timore, adulazione gestuale e coccole maliziose, civettuole reazioni espresse con il linguaggio del corpo ritmato da un ansimare in progressivo crescendo. Sarebbe stato irriverente, riduttivo, offensivo, definire “pompino”  ciò che lei stava facendo, la sua opera aveva qualcosa di mistico e pagano nello stesso tempo, questo conferiva alla situazione una blasfema sacralità, l’adorazione del piacere espressa attraverso il tormento interiore dell’abbandonarsi alle lusinghe dei peccati capitali. Le labbra morbide e sensuali catturavano la preda per poi restituirle subito una brevissima libertà… e poi ancora e ancora un susseguirsi di prendere e lasciare, luce e buio, caldo e freddo, un bagnasciuga, la battigia della voluttà. La lingua curiosa esplorava ogni millimetro spalmando con dovizia la saliva come volesse cospargere di crema tutto il membro, il giusto condimento per una leccornia agognata, le mani, le dita, parevano tentatoli avvolgenti che alternavano vellutate carezze a strette di possesso. La libidine si manifestò sul volto dell’uomo, stravolgendone i lineamenti, quando Elisa ancorò le unghie alle sue natiche dando vita ad un rapido, sempre più profondo, sibaritico andirivieni fino ad ingoiarlo tutto come un tunnel con il treno, ad ogni entrata in gola del glande lei fremeva appesantendo il respiro. Stava godendo, stava scaricando incessantemente, nel profondo della bocca aveva un punto “G”, erano scarichi preparatori, il consumarsi di una miccia, aspettava il suo inondarla per esplodere in uno scarico devastante. Lui se ne accorse e divenne crudele, si concentrò per ritardare il più possibile l’eiaculazione portandola alla soglia dell’esasperazione. Un interminabile delirio fuse i due corpi dando loro una sola anima, nell’anomalo brindisi non si disperse neanche una goccia, fu lui a doverla staccare per dare soluzione di continuità alla concupiscenza.

Riuscirono a dormire per circa due ore, al risveglio lei si vestì e corse a casa, per potersi presentare in ufficio decorosamente aveva bisogno di risistemarsi tra mura amiche, da quando aveva aperto gli occhi fino al saluto della sua segretaria non aveva pensato a niente altro oltre a quell’uomo. Col passare delle ore, dei minuti, dei secondi… si rafforzava in lei la convinzione di vivere in uno strano stand by, lui aveva fermato il tempo proprio tra l’abbagliare del lampo ed il fragore del tuono. Una suspance emotiva tutt’altro che rasserenante, flashback improvvisi si accavallavano senza una logica accettabile nella sua mente, uscendo gli aveva lasciato il biglietto con i suoi numeri telefonici, aveva tolto da tempo l’avvisatore acustico degli sms e questo la induceva a controllare in continuazione il display del cellulare, avevano passato la notte insieme, si erano goduti a vicenda, lui avrebbe sicuramente scritto o chiamato, una carineria considerata dovuta. Col passare delle ore stabilì che le carinerie non crescevano nell’orto del suo nuovo amante. Lui diede segni  d’esistenza intorno alla mezzanotte cogliendola nel pieno di una cervellotica elucubrazione, le donne non sanno resistere alla tentazione di prodursi in riflessioni psicanalitiche cangianti, partono dalla giustificazione più inverosimile per poi compiere una parabola che porta alla più tremenda delle condanne inflitta senza appello, almeno nelle intenzioni. Elisa era rannicchiata sul divano, ginocchia contro il seno e braccia che stringevano gli stinchi, il cellulare si illuminò squarciando il buio della stanza, messaggio da numero sconosciuto, era lui: “sto pensando a te…”. In pochissimi secondi il suo corpo subì una serie di escursioni termiche, reazioni contrastanti e ansie indefinibili, passata l’avvisaglia di un attacco isterico si fece largo il più odiato degli interrogativi: “E adesso??? Rispondo??? Non rispondo??? Faccio l’incazzata o la tranquilla indifferente??? Lo mando affanculo oppure gli rispondo gentilmente??? Magari avrà avuto qualche problema…”. Non fece in tempo a decidere, il cellulare si illuminò nuovamente…!!!

To be continued…

M.M.