Il percorso di Elisa… (chapter fourteen)

foto 1

Elisa aveva preso tantissimi aerei ma mai un elicottero, l’emozione di poter osservare il mondo a bassa quota mitigava l’ansia che la pervadeva da dieci giorni, da quando il Padrone le aveva inviato quella strana missiva: “passerà un mio incaricato a prenderti il 9 settembre alle ore 9 precise, sii puntualissima, porta solo te stessa e niente altro”.

Sorvolando la macchia Umbra viveva la rassicurante sensazione che il ritmico rumore dei rotori coprisse i suoi pensieri laidi frutto di una vanità non ancora completamente sotto controllo, l’elicotterista pareva esser uscito da un film d’azione Americano. Aiutandola a salire a bordo aveva spudoratamente guardato tra le sue cosce, inevitabilmente aperte, indugiando sullo sfacciato e carnoso cameltoe, stessa attenzione alle rigogliose mammelle imprigionate in una stretta scollatura. Per un solo attimo la donna pensò di mettergli una mano sul cazzo in modo da saggiarne consistenza e volume, era convinta fosse eretto e immaginò una fellatio in volo, si riprese subito rimproverandosi, il Padrone si sarebbe adirato oltre modo e l’avrebbe punita crudelmente.

La voce decisa e virile dell’uomo penetrò nelle sue orecchie: “stiamo per arrivare”. In mezzo ad una fitta boscaglia lei vide la sagoma del fabbricato, un pentagono perfetto con sul tetto piatto una grande H al centro di un cerchio bianco, capì che sarebbero atterrati lì. Prima di liberarla dalle cinture di sicurezza, senza curarsi minimamente di non toccarla, il pilota la fisso negli occhi per qualche secondo da sotto i suoi occhiali specchiati, Elisa pensò che lui fosse a conoscenza del suo immediato futuro, provò ancora una volta quella immediata vergogna traditrice che le mandava in erezione capezzoli e clitoride. Compiendo qualche passo incerto sotto il vortice prodotto delle pale vide il vano ascensore indicatole dal pilota.

foto2L’uccello metallico riprese il volo rapidamente, lei si infilò in una specie di montacarichi e premette il tasto “loft”.  Giunta nel locale venne colta da quell’irresistibile stallo ipnotico che esercitano paura e mistero quando si ibridano con l’attrazione. I cinque lati erano lunghi circa dieci metri l’uno ed alti quattro, tre pareti composte da enormi specchi e due da muri neri, uno attrezzato come cucina con tanto di congelatori pieni di vivande in grado di garantire una lunga autonomia alimentare, l’altra era al buio. Si avvicinò lentamente in punta di piedi, quando il suo corpo attivò i sensori della luce le apparvero un asse da stiro, una cesta piena di camicie che riconobbe essere del Padrone, prodotti e attrezzi per la pulizia domestica.  Solo allora notò che in quell’enorme locale non avrebbe trovato un granello di polvere, tutto splendeva ma intuì che nessuno avrebbe più pulito, nessuno tranne lei, quella parete esprimeva alla perfezione il concetto di cagna/serva che aveva il Padrone. Nella zona notte troneggiava un enorme letto a pochi centimetri da una delle pareti a specchio. Le altre due erano allestite a salotto, con un grande divano a ferro di cavallo in velluto nero, e a zona camerino open space, numerose staggere con tantissimi abiti appesi di varie epoche storiche e moderne, c’erano anche un paio di bauli antichi pieni di lingerie ed un grande scaffale che dava alloggio ad una infinita quantità di scarpe, sandali e stivali di varia foggia. Il Padrone aveva provveduto a tutto, finito di esplorare il perimetro si diresse verso il centro, anche qui si accese la luce, c’era il bagno, lavandino, bidet, doccia e turca erano chiusi in una gabbia di vetro, la disposizione dei sanitari era stata studiata in modo da eliminare ogni intimità, si sentì nuda e vulnerabile come non mai, prese a respirare lungo per scongiurare un imminente attacco di panico.

Seduta sul divano iniziò a leggere la lettera scritta a mano che aveva trovato sul tavolino: “cagna adorata, il Padrone ti è vicino e ti vede”. Dall’elicottero aveva notato una dependance a pochi metri dal “pentagono”, forse Lui era lì, scandagliò con gli occhi il loft in cerca di telecamere, no, assolutamente no, il Padrone non desiderava certo una situazione da reality, la vedeva perché la percepiva, la intuiva, la leggeva. Aveva piazzato videocamere virtuali nella stanza dei suoi pensieri, ascoltava la voce della sua intimità, riceveva i segnali della sua sessualità.

Quella strana costruzione non aveva finestre né balconi, non c’erano porte visibili oltre a quella dell’ascensore, non vi erano nemmeno tv, stereo e pc, un silenzioso climatizzatore garantiva il ricambio d’aria e una gradevole, costante temperatura. Quando Lui le aveva parlato di una “fase introspettiva”, vissuta full time, in un contesto che l’avrebbe depurata da dubbi e titubanze, non immaginava certo di ritrovarsi inginocchiata su un simile banco di prova. L’avventura con quell’uomo era iniziata da un tempo relativamente breve ma intenso, i lunghi dialoghi, le “lezioni” impartite e la sua intelligenza di donna recettiva e consapevole, erano più che sufficienti per poter interpretare nel modo giusto la situazione che si apprestava a vivere.

Ciò che gli altri avrebbero chiamato gabbia per Lui era una “oasi”, ciò che gli altri avrebbero chiamato prigionia per Lui era unfoto3 “viaggio nell’io”, la negazione della privacy, durante le funzioni corporali, non era dovuta a perversioni estreme bensì alla “esasperazione della vergogna”. Durante il suo soggiorno nel loft avrebbe cucinato e lavato i piatti, pulito il pavimento e stirato le camicie, mansioni espletate e vissute come metafore, un tangibile asservimento finalizzato a due obiettivi che ancora ignorava. Al Padrone non interessava assolutamente verificare le sue doti di massaia, a Lui premeva scavare un profondo fossato tra la donna in carriera vincente, sicura, forte, decisa e la cagna devota e sottomessa. Parallelamente avrebbe valutato le spinte motivazionali, qualora lei avesse interpretato questi rituali come un contorto gioco erotico, avrebbe interrotto percorso e rapporto riaccompagnandola a casa in un lungo e silente addio. Se invece fosse emerso il piacere reale di servirlo, il desiderio di ubbidirgli incondizionatamente, quell’amore viscerale e genuflesso che una cagna vera sente nell’anima, non avrebbe dato soluzione di continuità al loro cammino.

Elisa si sentiva in balìa di una tromba d’aria che la risucchiava in un turbinio di pensieri ed emozioni. Nella sua essenza di donna non aveva mai ipotizzato di ritrovarsi a dover mantenere l’equilibrio sulla lama del dualismo interiore, un equilibrio che Lui viveva come un nemico del “percorso”. Pensò che quella esperienza servisse proprio per giungere ad una netta scissione, a quello sdoppiamento che avrebbe fermato l’altalena e generato due vite parallele. Sapeva di essere amata, seppur complesso, articolato, inquietante, l’amore del Padrone lei lo viveva, lo respirava, lo sentiva sulla pelle, nel cuore, nel ventre, nel cervello, un amore ricambiato e vissuto con eguale intensità e coinvolgimento ma ancora immerso nelle paure…  

To be continued…

M.M.     

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Il percorso di Elisa… (chapter thirteen)

up

Seguendo scrupolosamente le disposizioni impartitele, Elisa arrivò alle otto in punto a casa del Padrone, aprì la porta senza fare rumore e si diresse in bagno camminando in punta di piedi, dopo essersi denudata prese ad indossare ciò che lui le aveva preparato. Uno scamiciato a fiorellini abbottonato sul davanti, ciabatte da casa e capelli raccolti in un foulard annodato sulla testa, look da “serva”, niente trucco, niente calze, niente intimo. Dopo un’ultima occhiata allo specchio si diresse verso la camera da letto, bussò, alla risposta: ”avanti” entrò nella stanza: “buongiorno Padrone”, “buongiorno cagna”, “cosa gradisci Padrone?”, “una tazza di tè caldo”, “zucchero o miele Padrone?”, “miele, il tuo cagna”. La donna abbassò il capo manifestando obbedienza. Alcuni minuti dopo ricomparve reggendo un piccolo vassoio con una tazza fumante e un cucchiaino, appoggiò il tutto sul comodino e si posizionò in piedi di fianco al letto. Dopo aver sbottonato e aperto il grembiule, divaricò le gambe, prese il cucchiaino ed iniziò a leccarlo e succhiarlo con lascivia, dopo averlo ben insalivato se lo infilò tutto nella fica e prese a muoverlo dentro. Lui era sdraiato nudo sul letto, palesemente eccitato ma silente, quando i loro occhi si incrociarono lei non resse lo sguardo perverso e penetrante del Padrone, scaricò senza alcun ritegno in modo quasi animalesco. Ancora ansimante sfilò il cucchiaino e lo immerse nel tè rigirandolo lentamente…

In un rapporto Padrone/cagna la ritualità ha valenza fondamentale, crea un adattamento, una accettazione psicologica che trasforma il corpo in strumento per nutrire di piacere la mente. E’ uno scindere il godimento istintivo del corpo da quello cerebrale, una scissione che rende la carne sottomessa e dominata dal pensiero padrone dell’indole. La differenza tra l’essere una cagna vera e il praticare “giochi” trasgressivi con partner occasionali, la si evince proprio dal trasferire e accentrare il godimento nella psiche. Un Padrone degno di definirsi tale scopa soprattutto il cervello, lo fa passando attraverso il corpo invertendo l’ordine “fine/mezzo”. Una “pseudo cagna” che sperimenta usa la propria fisicità per giungere anch’essa ad un piacere mentale ma questo è elaborato, finalizzato ad un soddisfacimento egoista, è lei ad usare il Master di turno. La “cagna vera” vincola il proprio godimento a quello del Padrone. Come si è già detto in precedenza, il Padrone gestisce totalmente la sessualità della cagna. Quando si compie un “Percorso” come quello di Elisa, magari in età adulta, si ha un SOLO Padrone per tutta la vita, una figura insostituibile.

Aspetto essenziale è il coinvolgimento emotivo, Elisa ama “con le vene” il Padrone così come lui ama lei, un sentimento nato dall’incastro di due esigenze, due tendenze che si compensano perfettamente al punto da fondersi, saldarsi, diventare un “blocco” unico. La consapevolezza del proprio “ruolo” è la chiave di volta. Un Padrone scardina resistenze e reticenze, si impossessa delle mappe più intime, segrete, inconfessabili della cagna, questo significa “scopare il cervello”. Un Padrone non crea un cagna, no, fa emergere l’indole della cagna, seppur latente ma esistente, abbatte barriere e steccati trasformando pulsioni da sempre represse in fonte di appagamento reciproco.

To be continued

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter twelve)

127

Il rollio della barca ancorata al largo masturbava la mente di Elisa, una sensazione erotica adolescenziale, lo spazio infinito, l’assoluta sensazione di libertà, il solletico della brezza le induriva i capezzoli. Il caldo abbraccio del sole e il silenzio interrotto, con discrezione, dal timido canto dell’acqua che avvolgeva e percorreva lo scafo in un massaggio misterioso e inquietante… procuravano in lei un irresistibile bisogno di protezione, quella protezione che solo lui riusciva a darle. Istintivamente girò la testa per cercarlo con gli occhi, lui stava trafficando con delle cime, indossava solo pantaloncini neri bardati da una riga rossa, si muoveva sicuro dietro i suoi inseparabili occhiali da sole, osservandolo silente le venne in mente quella volta in cui…

Elisa uscì dall’ufficio intorno alle 19,00, con passo svelto si incamminò verso il parcheggio sotterraneo distante un isolato, il traffico era caotico come i pensieri che si accavallavano nella sua mente. Una galassia composta da numerosi pianeti che gravitavano, inesorabilmente, intorno a lui, intorno al suo Padrone, una presenza costante vissuta come linfa vitale. Accadde tutto rapidamente, una mano afferrò la cinghia della borsa che portava a tracolla, lo scooter accelerò facendola cadere e trascinandola sull’asfalto per alcuni metri, fin quando non si separò dalla borsa, perse i sensi. Si riebbe sulla barella di una ambulanza, una giovane infermiera si stava prendendo cura di lei amorevolmente immersa nella solidarietà femminile: “è stata scippata ed è ferita, stiamo andando al pronto soccorso, stia calma e tranquilla”. Nella sua mente il primo pensiero fu lui: “per cortesia, ha un cellulare? Devo assolutamente avvisare con urgenza una persona”, “adesso non è possibile, appena arriviamo in ospedale”. Il suo non era un codice rosso e così si ritrovò su un lettino in corsia, l’infermiera le porse il cellulare, parandosi per riservatezza la bocca con una mano: “Padrone, mi hanno scippato la borsa, sono all’ospedale…”, lui disse semplicemente: “arrivo”.

Quando uscì dal reparto radiologia lui era lì ad attenderla, si avvicinò al lettino e le prese la mano senza dire niente, i due portantini la parcheggiarono nella affollata corsia del pronto soccorso e le dissero di attendere la chiamata del medico. Rimasero soli tra la gente, una sensazione che li univa, lui era veramente bravo in questo, riusciva a trasmetterle intimità ovunque, anche in uno stadio affollato, creava barriere tra loro e il resto del mondo. Si abbassò e le diede un bacio sulla fronte, lei gli raccontò l’accaduto, lui ascoltò senza commentare, la lasciò sfogare, le strinse ancora più forte la mano quando lei si immerse in un pianto liberatorio, un pianto prodotto non solo dallo stress ma anche, forse soprattutto, dalla gioia di avere lui vicino in quel momento, si sentiva sicura, protetta, una protezione quasi paterna.

Un medico di mezza età, con lo sguardo lubrico, si avvicinò e disse. “non c’è niente di rotto, solo contusioni ed escoriazioni, poiché ha battuto la testa facciamo anche una TAC per sicurezza, dovete pazientare ancora un pochino”. Lui colse negli occhi del medico qualcosa di strano, intuì subito, guardò sotto il cuscino e vide calze e reggicalze appallottolati: “questa roba chi te l’ha tolta?”, “lui,  il dottore”, “non una infermiera?”, “no Padrone, proprio lui”. Gli occhi divennero di ghiaccio, Elisa conosceva bene quello sguardo, che un uomo potesse sfilare calze e reggicalze alla sua cagna era qualcosa di inaccettabile, anche in un pronto soccorso, lei colse sul suo volto quelle impercettibili vibrazioni frutto di una crescente rabbia. Sempre in corsia, sempre tra la gente, lui infilò un braccio sotto la copertina e andò con la mano dritto sulla fica, quando toccò le mutandine parve calmarsi, Elisa ringraziò il cielo di averle ancora. Il Padrone aveva un concetto di “proprietà inviolabile” molto radicato, integralista, in particolar modo considerava le invasioni non respinte una colpa. Essere cagna significava cedere il proprio corpo al Padrone e proteggerlo, con unghie e denti se necessario, da ogni attacco esterno, secondo le sue logiche una mancata difesa equivaleva a una accettazione, a prescindere dal contesto. Quando il medico le sfilò la lingerie lei era lucida, si adirò con se stessa per non averlo fermato, in quel momento capì perfettamente le lezioni sulla “impostazione mentale” di una cagna, quella che attiva reazioni istintive, non ragionate. Il percorso era ancora agli inizi, sicuramente lui questo lo avrebbe considerato, sì, ma punita comunque.

La mano di lui tra le cosce provocò in lei un lungo brivido, lo spavento era passato, non aveva riportato danni gravi e il pianto l’aveva depurata da ansie e tensioni, ancora una volta tutto ciò che li circondava scomparve, l’intero pronto soccorso scomparve. Lui pareva impassibile, nessuno avrebbe notato ciò che stavano facendo, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dai sensi, sentì le dita esperte infilarsi sotto le mutandine e unirsi al pelo, a volte la sua delicatezza era più crudele della forza, esasperante, pareva si divertisse a procrastinarle lo scarico tenendoglielo in punta per un tempo infinito, quando la penetrò di colpo con l’indice e il medio credette di impazzire e si morse con violenza le labbra per non urlare. Lo scarico fu devastante, ci vollero diversi minuti per ritornare nella realtà.

Come se avesse percepito su di se lo sguardo della cagna, il Padrone si girò di scatto e lei abbassò gli occhi, raccolse una cima e si diresse verso lei percorrendo lentamente la barca…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter eleven)

Lui guidò con una preoccupante, eccessiva calma, spense anche lo stereo per rendere ancora più assordante il silenzio nell’abitacolo, Elisa fissava la strada paralizzata dall’ansia ma anche da quel calore incontrollabile che le stava infiammando il ventre, cercò di distrarsi per non cadere nelle fauci di un altro scarico appostato famelico nella sua grondante tana. Quando imboccarono il corso che portava verso il centro cittadino capì che stavano andando a casa del Padrone. Lui parlò appena misero piede oltre l’uscio, la sua voce quasi metallica le penetrò dritta nel cervello: “ti voglio completamente nuda, scalza e con i capelli raccolti dietro”, “sì Padrone”. Nella grande stanza da bagno la donna si denudò muovendosi come un automa, nel farlo esplorò con le mani ogni centimetro della sua vellutata pelle, come volesse confortarla e prepararla a chissà quali trattamenti, si soffermò prima sulle generose mammelle guardandole riflesse nello specchio, poi fece altrettanto con le natiche ben modellate, infine scese sulle cosce tornite. Fu la prima volta in cui provò la sensazione di non essere proprietaria del suo corpo, non le apparteneva più, lo aveva ceduto al Padrone affinché ne facesse uso e abuso, sfogasse su esso turpi voglie, ira, febbre del possesso, potere, dominazione, punizioni educative (è molto difficile esplicare l’operato delle forze annidate nelle profonde crepe dell’essere, potenti magneti che attraggono nel “nightwood” della perversione, creano un “tapetum lucidum” che consente di vedere nel buio i sentieri del piacere e percorrerli. Una indole sottomessa si sublima nel cedere la gestione incondizionata del proprio corpo a colui che considera essere la Guida). Raccogliendo i capelli in un elastico cercò di alzare il più possibile la coda, certamente lui voleva una buona presa ma anche collo e spalle libere, punti sensibili nei quali affondare i denti nei momenti in cui si abbandonava alla libidine sfrenata, il solito brivido partì dalla nuca e scese lungo tutte le vertebre. Il cuore iniziò a martellarle nel petto, con lo sguardo chino lo raggiunse in cucina.

Lui era seduto a tavola, indossava ancora i pantaloni e la camicia ma era scalzo, stava mangiando pescando con le mani bocconi di cibo da un vassoio pieno di prelibatezze da gastronomia. La osservò con sguardo severo per alcuni secondi, la stava ispezionando, solo in quel momento Elisa percepì il suo essere completamente nuda, vulnerabile, inerme, con l’anima scoperta, provò vergogna fino ad arrossire, l’imbarazzo le provocò un percettibile tremore, ancora una volta pensò a quanto fosse abile nell’abbatterle ogni barriera difensiva, quando le ordinò di accucciarsi sotto il tavolo provò un senso di  liberazione da quel forte disagio. Si rannicchiò sul pavimento con la testa tra i piedi del Padrone aspettando, vide la mano di lui cercarla, tra le dita stringeva un gamberetto, lo prese delicatamente con i denti e lo divorò con gusto, stava facendo la cagna, era una cagna, dopo le diede una tartina con mousse di prosciutto, sentì l’istintivo bisogno di leccargli i piedi ma lui la respinse scalciando reimmergendola nell’angoscia.

Terminato il pasto la tirò su afferrandola deciso per i capelli e le disse. “adesso voglio che vai a truccarti, molto pesante, come una puttana da viale”, i suoi occhi di ghiaccio inibirono senza meno ogni velleità di replica. Quando uscì dal bagno, sperando di aver fatto un buon lavoro, lo vide aspettarla in piedi a un paio di metri dalla porta, lui non prestò attenzione al suo make up da battona, non le aveva dato quell’ordine per soddisfare intuibili voglie, no, aveva in mente ben altro, il trucco aveva finalità diverse. Per un braccio la trascinò davanti allo specchio antico, dopo averla fatta piegare in avanti la penetrò brutalmente intimandole di non scaricare. La chiavò bestialmente per una manciata di minuti che a lei parvero ore, più volte temette di non riuscire a trattenersi, strinse i denti, si morse le labbra, un’altra disubbidienza le sarebbe costata supplizi di gran lunga peggiori. Si fermò di colpo, lo tirò fuori fradicio di umori e, senza alcun riguardo, la sodomizzò con altrettanto vigore strappandole un urlo che rimbalzò sulle pareti della grande stanza. Il lupo aveva azzannato l’agnello. Con la sinistra le stringeva i capelli tenendole ben ferma la testa, con la destra le bloccò i polsi dietro la schiena. Iniziò una violenta invasione, crudele, quando il mascara sciolto dalle lacrime prese a segnarle il volto, lui le spinse con forza la faccia contro lo specchio rigirandogliela più volte. Diede soluzione di continuità al suo assalto marcando copiosamente il territorio comunicandole appieno il suo essere maschio dominante, lei si accasciò sulle ginocchia cercando di negare a se stessa il piacere bastardo provato attraverso l’umiliazione fisica e psichica. L’uomo ricomparve con uno stick di rossetto in mano e tracciò un cerchio racchiudendo l’opera informale dipinta col volto della donna, il suo trucco si era trasferito sullo specchio impastandosi, c’era qualcosa di mistico in quelle macchie rosse e nere, riuscivano a trasmettere una sacralità intima, inquietante. Il Padrone aveva immortalato l’essenza del loro rapporto, dominazione e sottomissione, autorità e ubbidienza, comando e punizione. Con voce ferma ma pacata proclamò: “queste tracce rimarranno qui a lungo, fin quando non avrai imparato che scaricare senza il mio permesso equivale a un tradimento, sono il Padrone del tuo piacere, ciò che hai fatto oggi al maneggio è una ribellione, un tentativo di sfuggire al mio controllo, questo non deve più ripetersi, CHIARO?”, “sì Padrone, è chiaro”.

Fece la doccia, si lavò i denti e andò a letto, lei fece lo stesso ma quando entrò in camera lui disse severo: “stanotte dormi per terra, qui di lato, come una cagna devota”. Alle quattro del mattino il Padrone la svegliò prendendola ancora per i capelli ma questa volta fu delicato (nel tempo Elisa si rese conto che i suoi capelli erano per lui un potente afrodisiaco, durante il “Percorso” le spiegò che li considerava un conduttore di energia, di sensualità, un elettrizzante punto di contatto, una connessione), in silenzio lei seguì il tacito invito a salire sul letto. La posizionò tra le sue gambe muscolose donandole un confortevole calore, provò nuovamente gratitudine, come sotto il tavolo, una gratitudine che rinnovò in lei il desiderio di leccarlo con amore, ciò che aveva davanti alla bocca non erano piedi bensì un prepotente membro eretto…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter seven)

Sono in macchina, se mi dai l’indirizzo passo da te”. Elisa rimase pietrificata, ci sono momenti in cui si percepisce la potenza del Big Bang. Cervello, cuore, budella e ventre schizzano via dal corpo in direzioni diverse rivendicando il diritto di decidere, di far valere le proprie ragioni, tutte giuste, tutte motivate ma in netto contrasto tra loro, in questa circostanza a rimanere in piedi sul ring del tutti contro tutti furono le budella. Quello stronzo pretendeva di essere accolto a braccia e gambe aperte dopo aver latitato tutto il giorno, chi credeva di essere??? Con chi pensava di avere a che fare??? Una come me di uomini così ne trova dieci al giorno (quando si dice mentire a se stessi), rispose di pancia: “non sono una tua concubina, buona vita”. Dopo una mezzora di silenzio i “pezzi” iniziarono a rientrare nei ranghi, seppur guardandosi in cagnesco, alle tre di notte Morfeo le regalò un sonno agitato ma comunque ristoratore, appena il sibilo della sveglia annunciò il nuovo giorno prese istintivamente in mano in cellulare, nessun messaggio, sotto il tiepido ma potente scrosciare della doccia ebbe le prime avvisaglie di un incombente tormento, quello di aver fatto una cazzata clamorosa. Lui, algido come un iceberg e duro come il granito, la tenne a “bagnomaria” per tre lunghe, interminabili, settimane, come si fosse smaterializzato.

Il trascorrere del tempo lo si vive in modo disuguale, senza volerlo si è costretti a subire bizzarre accelerazioni e snervanti rallentamenti provocati da un orologio giullare che non difetta in sadica perfidia, accorcia anni e allunga giorni manovrando le lancette come strumenti di tortura per mettere a dura prova il regolare oscillare della pendola emotiva. Elisa visse quei ventuno giorni come secoli di purgatorio ma ebbe la forza di non modificare la sua vita pratica, lavoro, palestra, frequentazioni, cinema, teatro, week end fuori, non interruppe neanche le solite cene dai suoi. In lei aveva eretto una linea di confine, anzi, un’area blindata isolata dal mondo, una stanza circolare piena di specchi capaci di riflettere ciò che aveva dentro. Il duello a distanza con quell’uomo si articolò su vari livelli e passaggi. La sua grande intelligenza riuscì, in pochi giorni, a razionalizzare le cose delineandole gradualmente, acquisì la totale convinzione che lo avrebbe rivisto, lui non era il tipo d’uomo da accontentarsi di un incontro. Cercò di guardare oltre, il loro conoscersi e darsi non si poteva certo definire banale ma neanche eclatante oltre misura, ciò che rendeva speciale il tutto consisteva in quel tarlo che lui era riuscito ad insinuare in lei, un tarlo infaticabile che scavava micro gallerie demolendo quell’involucro protettivo che custodiva la sua essenza di femmina. I discorsi, gli sguardi, il tono della voce che marcava il suo dire, era riuscito a vedere quello che lei spesso negava a se stessa, pareva lui fosse al corrente delle sue fantasie masturbatorie, unici momenti in cui liberava la cagna che guaiva nella sua mente. Era un Padrone con il collare in mano, Elisa doveva semplicemente decidere se infilarci la testa scodinzolando oppure andarsene, lui non l’avrebbe mai inseguita per tentare di convincerla, tutto dipendeva esclusivamente da lei, capì subito che questa totale autonomia lui gliela aveva lasciata affinchè facesse una scelta definitiva, convinta, senza ripensamenti né retromarce. Realizzò anche che il suo ultimo messaggio altro non era stato che un test, gli avesse risposto inviandogli l’indirizzo, molto probabilmente, lui non sarebbe andato da lei e non lo avrebbe più incontrato.

Tutto divenne chiaro, il black out aveva uno scopo preciso ma per lei era impossibile stabilirne la durata. Presa coscienza della situazione, Elisa si rese conto di aver già deciso, soprattutto di essere, a cavallo tra il conscio e l’inconscio, in attesa di un Padrone da anni, lui aveva tutta l’aria di essere quello giusto e poi le piaceva terribilmente, in tutto. Gestire lo stato d’ansia che spadroneggia nei periodi di attesa è cosa ardua, da brava manager quale era decise di abbozzare un qualcosa assimilabile ad una strategia, non voleva essere invadente né insistente, lui non avrebbe gradito, pensò di inviargli un sms, sempre lo stesso, ogni dieci giorni a mezzanotte in punto. Furono due, il primo ignorato, il secondo cadde esattamente al ventunesimo giorno successivo all’ultimo contatto, rispose dopo pochi minuti. Elisa: “sono pronta, Padrone”, lui: “domani cagna, casa mia ore 21”.

To be continued…

M.M.   

Il percorso di Elisa… (chapter six)

Contrariamente a quanto era uso fare, non si produsse in affondi, in quel momento non sentiva il bisogno di invaderle la gola con un coito orale gratificante più sul piano ottico e psicologico che non squisitamente fisico, rimase immobile concedendo alla donna totale autonomia di azione. La bocca di Elisa era paragonabile ad una piccola orchestra affiatata in grado di suonare senza spartito, labbra, lingua e gola eseguivano una sinfonia meravigliosa magistralmente diretta da mani sapienti, una melodia silente ma irresistibile come l’Omerico canto delle sirene. Ingordigia travolgente e venerante timore, adulazione gestuale e coccole maliziose, civettuole reazioni espresse con il linguaggio del corpo ritmato da un ansimare in progressivo crescendo. Sarebbe stato irriverente, riduttivo, offensivo, definire “pompino”  ciò che lei stava facendo, la sua opera aveva qualcosa di mistico e pagano nello stesso tempo, questo conferiva alla situazione una blasfema sacralità, l’adorazione del piacere espressa attraverso il tormento interiore dell’abbandonarsi alle lusinghe dei peccati capitali. Le labbra morbide e sensuali catturavano la preda per poi restituirle subito una brevissima libertà… e poi ancora e ancora un susseguirsi di prendere e lasciare, luce e buio, caldo e freddo, un bagnasciuga, la battigia della voluttà. La lingua curiosa esplorava ogni millimetro spalmando con dovizia la saliva come volesse cospargere di crema tutto il membro, il giusto condimento per una leccornia agognata, le mani, le dita, parevano tentatoli avvolgenti che alternavano vellutate carezze a strette di possesso. La libidine si manifestò sul volto dell’uomo, stravolgendone i lineamenti, quando Elisa ancorò le unghie alle sue natiche dando vita ad un rapido, sempre più profondo, sibaritico andirivieni fino ad ingoiarlo tutto come un tunnel con il treno, ad ogni entrata in gola del glande lei fremeva appesantendo il respiro. Stava godendo, stava scaricando incessantemente, nel profondo della bocca aveva un punto “G”, erano scarichi preparatori, il consumarsi di una miccia, aspettava il suo inondarla per esplodere in uno scarico devastante. Lui se ne accorse e divenne crudele, si concentrò per ritardare il più possibile l’eiaculazione portandola alla soglia dell’esasperazione. Un interminabile delirio fuse i due corpi dando loro una sola anima, nell’anomalo brindisi non si disperse neanche una goccia, fu lui a doverla staccare per dare soluzione di continuità alla concupiscenza.

Riuscirono a dormire per circa due ore, al risveglio lei si vestì e corse a casa, per potersi presentare in ufficio decorosamente aveva bisogno di risistemarsi tra mura amiche, da quando aveva aperto gli occhi fino al saluto della sua segretaria non aveva pensato a niente altro oltre a quell’uomo. Col passare delle ore, dei minuti, dei secondi… si rafforzava in lei la convinzione di vivere in uno strano stand by, lui aveva fermato il tempo proprio tra l’abbagliare del lampo ed il fragore del tuono. Una suspance emotiva tutt’altro che rasserenante, flashback improvvisi si accavallavano senza una logica accettabile nella sua mente, uscendo gli aveva lasciato il biglietto con i suoi numeri telefonici, aveva tolto da tempo l’avvisatore acustico degli sms e questo la induceva a controllare in continuazione il display del cellulare, avevano passato la notte insieme, si erano goduti a vicenda, lui avrebbe sicuramente scritto o chiamato, una carineria considerata dovuta. Col passare delle ore stabilì che le carinerie non crescevano nell’orto del suo nuovo amante. Lui diede segni  d’esistenza intorno alla mezzanotte cogliendola nel pieno di una cervellotica elucubrazione, le donne non sanno resistere alla tentazione di prodursi in riflessioni psicanalitiche cangianti, partono dalla giustificazione più inverosimile per poi compiere una parabola che porta alla più tremenda delle condanne inflitta senza appello, almeno nelle intenzioni. Elisa era rannicchiata sul divano, ginocchia contro il seno e braccia che stringevano gli stinchi, il cellulare si illuminò squarciando il buio della stanza, messaggio da numero sconosciuto, era lui: “sto pensando a te…”. In pochissimi secondi il suo corpo subì una serie di escursioni termiche, reazioni contrastanti e ansie indefinibili, passata l’avvisaglia di un attacco isterico si fece largo il più odiato degli interrogativi: “E adesso??? Rispondo??? Non rispondo??? Faccio l’incazzata o la tranquilla indifferente??? Lo mando affanculo oppure gli rispondo gentilmente??? Magari avrà avuto qualche problema…”. Non fece in tempo a decidere, il cellulare si illuminò nuovamente…!!!

To be continued…

M.M.  

Il percorso di Elisa… (chapter five)

Dopo essersi risistemata trucco e capelli Elisa si diresse, bicchiere in mano, verso la cucina, camminando completamente nuda sulle punte dei piedi, sul divano del salone vide la camicia di lui, dopo un attimo di esitazione decise di indossarla. L’uomo era seduto scompostamente su una sedia, una gamba appoggiata su quella vicina, con la sinistra reggeva un barattolo di ananas sciroppata e nella destra un lungo stuzzicadente da spiedino con il quale infilzava i cubetti di frutto, due per volta, masticando di gusto indicò col bastoncino ad Elisa di sedersi sul piccolo puffo che aveva trasportato dal salotto e posizionato ad un paio di metri, evidentemente voleva vederla a figura intera, le porse il barattolo ma lei rispose sollevando il bicchiere manifestando l’intenzione di preferire un sorso di vino. Il piccolo sgabello imbottito era scomodo, la obbligava a stare in posizione eretta e comunque il doverlo guardare dal basso la faceva sentire ancor più spogliata, spogliata dentro. Realizzò subito che lui le stava negando quella confidenzialità tipica del post rapporto, si sorprese di non stupirsi, non era certo il tipo da coccole e carezze, tanto meno sentiva quel diffuso bisogno tra gli uomini di elargire dolcezza dopo un coito rude. Dal suo punto di vista non c’era niente da bilanciare, non viveva l’eiaculazione come la chiusura di un cerchio, la discesa di una parabola, uno stacco temporaneo dal desiderio. L’assordante silenzio cessò a barattolo vuoto.

Incrociò le mani dietro la testa stirandosi lentamente ad occhi chiusi: “dimmi Elisa, tu come interpreti un rapporto, intendo dire, come consideri una relazione, cos’è per te?”

Distolse lo sguardo dai bicipiti ben disegnati e rispose con sincerità estrema: “in questo momento… in questo contesto… mi vengono in mente solo risposte ipocrite di circostanza

Abbozzò un sorriso sornione: “conosci il giochino del pari e dispari?”

Con aria stupita e interrogativa: “certo che sì

ecco, le relazioni che funzionano sono dispari, la somma pari è data da due opzioni, quella dispari da una sola

continua, mi incuriosisci

Per la prima volta da quando si erano conosciuti lui usò il termine “percorso”: “i rapporti che lasciano tracce indelebili e creano vincoli indissolubili sono costituiti da un percorso, un lungo procedere che incastra perfettamente il bisogno di dare con quello di prendere, ovviamente senza alternanze switch, per questo è dispari

spiegami

per meglio comprendere bisogna uscire dalle logiche superficiali, dalle pantomime degli steccati concettuali, dagli stereotipi sociali che divulgano il credo del darsi in parte, è impossibile creare camere stagne, non solo, considero stupido e inappagante vivere in una schizofrenia sentimentale finalizzata alla spaccatura dell’io, come dire… una parte di me si concede ma l’altra, nello stesso mentre, rimane sotto la mia tutela, il mio controllo. Questo genera una conflittualità interiore che è la negazione dell’unione”

non pensi sia rischioso darsi totalmente?”

è certamente un rischio inferiore a quello di vivere emozioni a tempo, gestite, incapaci di scavare nell’essenza del proprio essere, un legame vero è dispari perché non ha alternative, può solo nascere tra chi ha bisogno di darsi totalmente e chi brama razziare senza sconti

detta così è un qualcosa che mette ansia

“lo so bene, è questo il primo scoglio da superare, eliminare l’ansia che genera la paura di conoscersi, l’ansia che trasforma il desiderio in pericolo, l’ansia che fa fuggire dalla felicità. Il giocatore sarà sempre un perdente finchè non avrà esorcizzato il panico da vincita. Stiamo sempre e comunque parlando di ciò che io ritengo essere la giusta interpretazione di una relazione

una relazione di questo tipo può influenzare gli altri aspetti della vita

penso che un rapporto vissuto e articolato sulle esigenze viscerali oltre che appagante sia positivo per il lavoro, la socialità, famiglia, amicizie, quando si è se stessi su questo fronte tutto il resto ne trae giovamento. Dannoso e frustrante è il reprimere, nascondere, ignorare, soffocare le proprie pulsioni

Con un sorriso malizioso: “quindi tu saresti il Master e io la slave?”

questa è una definizione gergale riduttiva e mortificante, io sento, percepisco la tua natura, il tuo bisogno di essere domata totalmente, sottomessa ad una personalità forte, un carattere di ferro.”

ho un’indole ribelle, nella vita sono anche io dominante

questo è un valore aggiunto, ho parlato di percorso, un percorso tutt’altro che semplice da compiere insieme, un sentiero irto, tortuoso, pieno di rovi e insidie. Più è ambita la meta più è articolato il cammino per giungervi

Il tono di voce dell’uomo, in questo ultimo suo dire, divenne asciutto, quasi metallico, non faceva assolutamente niente per addolcire la pillola. Elisa apprezzò molto la sua capacità di essere rassicurante nella crudezza espressiva, era attratta da lui, affascinata, incuriosita, lo temeva ma provava una grande fiducia nei suoi confronti. Stranamente non fece nessuna proiezione, dopo ogni primo incontro lei, come tutte le donne, tentava di immaginare il futuro, provava a disegnare con la mente uno story board… questa volta non lo fece, non le venne di farlo. Avrebbe voluto capirne di più, avrebbe voluto fargli tante domande ma pensò che il compito di guidare, gestire tempi e modi spettasse a lui, lei non doveva far altro che seguirlo. Si rese conto che stava pensando da cagna, si stava comportando da cagna, il fuoco ricominciò a bruciarle il ventre, le venne una irresistibile fame e sete di lui ma rimase seduta sul puffo immobile e silente. Ancora una volta l’uomo lesse i suoi pensieri, si alzò, le si posizionò di fronte e dopo aver liberato il membro eretto, minaccioso, autoritario, l’afferrò per i capelli…!!!

To be continued…

 M.M.