Il percorso di Elisa… (chapter fourteen)

foto 1

Elisa aveva preso tantissimi aerei ma mai un elicottero, l’emozione di poter osservare il mondo a bassa quota mitigava l’ansia che la pervadeva da dieci giorni, da quando il Padrone le aveva inviato quella strana missiva: “passerà un mio incaricato a prenderti il 9 settembre alle ore 9 precise, sii puntualissima, porta solo te stessa e niente altro”.

Sorvolando la macchia Umbra viveva la rassicurante sensazione che il ritmico rumore dei rotori coprisse i suoi pensieri laidi frutto di una vanità non ancora completamente sotto controllo, l’elicotterista pareva esser uscito da un film d’azione Americano. Aiutandola a salire a bordo aveva spudoratamente guardato tra le sue cosce, inevitabilmente aperte, indugiando sullo sfacciato e carnoso cameltoe, stessa attenzione alle rigogliose mammelle imprigionate in una stretta scollatura. Per un solo attimo la donna pensò di mettergli una mano sul cazzo in modo da saggiarne consistenza e volume, era convinta fosse eretto e immaginò una fellatio in volo, si riprese subito rimproverandosi, il Padrone si sarebbe adirato oltre modo e l’avrebbe punita crudelmente.

La voce decisa e virile dell’uomo penetrò nelle sue orecchie: “stiamo per arrivare”. In mezzo ad una fitta boscaglia lei vide la sagoma del fabbricato, un pentagono perfetto con sul tetto piatto una grande H al centro di un cerchio bianco, capì che sarebbero atterrati lì. Prima di liberarla dalle cinture di sicurezza, senza curarsi minimamente di non toccarla, il pilota la fisso negli occhi per qualche secondo da sotto i suoi occhiali specchiati, Elisa pensò che lui fosse a conoscenza del suo immediato futuro, provò ancora una volta quella immediata vergogna traditrice che le mandava in erezione capezzoli e clitoride. Compiendo qualche passo incerto sotto il vortice prodotto delle pale vide il vano ascensore indicatole dal pilota.

foto2L’uccello metallico riprese il volo rapidamente, lei si infilò in una specie di montacarichi e premette il tasto “loft”.  Giunta nel locale venne colta da quell’irresistibile stallo ipnotico che esercitano paura e mistero quando si ibridano con l’attrazione. I cinque lati erano lunghi circa dieci metri l’uno ed alti quattro, tre pareti composte da enormi specchi e due da muri neri, uno attrezzato come cucina con tanto di congelatori pieni di vivande in grado di garantire una lunga autonomia alimentare, l’altra era al buio. Si avvicinò lentamente in punta di piedi, quando il suo corpo attivò i sensori della luce le apparvero un asse da stiro, una cesta piena di camicie che riconobbe essere del Padrone, prodotti e attrezzi per la pulizia domestica.  Solo allora notò che in quell’enorme locale non avrebbe trovato un granello di polvere, tutto splendeva ma intuì che nessuno avrebbe più pulito, nessuno tranne lei, quella parete esprimeva alla perfezione il concetto di cagna/serva che aveva il Padrone. Nella zona notte troneggiava un enorme letto a pochi centimetri da una delle pareti a specchio. Le altre due erano allestite a salotto, con un grande divano a ferro di cavallo in velluto nero, e a zona camerino open space, numerose staggere con tantissimi abiti appesi di varie epoche storiche e moderne, c’erano anche un paio di bauli antichi pieni di lingerie ed un grande scaffale che dava alloggio ad una infinita quantità di scarpe, sandali e stivali di varia foggia. Il Padrone aveva provveduto a tutto, finito di esplorare il perimetro si diresse verso il centro, anche qui si accese la luce, c’era il bagno, lavandino, bidet, doccia e turca erano chiusi in una gabbia di vetro, la disposizione dei sanitari era stata studiata in modo da eliminare ogni intimità, si sentì nuda e vulnerabile come non mai, prese a respirare lungo per scongiurare un imminente attacco di panico.

Seduta sul divano iniziò a leggere la lettera scritta a mano che aveva trovato sul tavolino: “cagna adorata, il Padrone ti è vicino e ti vede”. Dall’elicottero aveva notato una dependance a pochi metri dal “pentagono”, forse Lui era lì, scandagliò con gli occhi il loft in cerca di telecamere, no, assolutamente no, il Padrone non desiderava certo una situazione da reality, la vedeva perché la percepiva, la intuiva, la leggeva. Aveva piazzato videocamere virtuali nella stanza dei suoi pensieri, ascoltava la voce della sua intimità, riceveva i segnali della sua sessualità.

Quella strana costruzione non aveva finestre né balconi, non c’erano porte visibili oltre a quella dell’ascensore, non vi erano nemmeno tv, stereo e pc, un silenzioso climatizzatore garantiva il ricambio d’aria e una gradevole, costante temperatura. Quando Lui le aveva parlato di una “fase introspettiva”, vissuta full time, in un contesto che l’avrebbe depurata da dubbi e titubanze, non immaginava certo di ritrovarsi inginocchiata su un simile banco di prova. L’avventura con quell’uomo era iniziata da un tempo relativamente breve ma intenso, i lunghi dialoghi, le “lezioni” impartite e la sua intelligenza di donna recettiva e consapevole, erano più che sufficienti per poter interpretare nel modo giusto la situazione che si apprestava a vivere.

Ciò che gli altri avrebbero chiamato gabbia per Lui era una “oasi”, ciò che gli altri avrebbero chiamato prigionia per Lui era unfoto3 “viaggio nell’io”, la negazione della privacy, durante le funzioni corporali, non era dovuta a perversioni estreme bensì alla “esasperazione della vergogna”. Durante il suo soggiorno nel loft avrebbe cucinato e lavato i piatti, pulito il pavimento e stirato le camicie, mansioni espletate e vissute come metafore, un tangibile asservimento finalizzato a due obiettivi che ancora ignorava. Al Padrone non interessava assolutamente verificare le sue doti di massaia, a Lui premeva scavare un profondo fossato tra la donna in carriera vincente, sicura, forte, decisa e la cagna devota e sottomessa. Parallelamente avrebbe valutato le spinte motivazionali, qualora lei avesse interpretato questi rituali come un contorto gioco erotico, avrebbe interrotto percorso e rapporto riaccompagnandola a casa in un lungo e silente addio. Se invece fosse emerso il piacere reale di servirlo, il desiderio di ubbidirgli incondizionatamente, quell’amore viscerale e genuflesso che una cagna vera sente nell’anima, non avrebbe dato soluzione di continuità al loro cammino.

Elisa si sentiva in balìa di una tromba d’aria che la risucchiava in un turbinio di pensieri ed emozioni. Nella sua essenza di donna non aveva mai ipotizzato di ritrovarsi a dover mantenere l’equilibrio sulla lama del dualismo interiore, un equilibrio che Lui viveva come un nemico del “percorso”. Pensò che quella esperienza servisse proprio per giungere ad una netta scissione, a quello sdoppiamento che avrebbe fermato l’altalena e generato due vite parallele. Sapeva di essere amata, seppur complesso, articolato, inquietante, l’amore del Padrone lei lo viveva, lo respirava, lo sentiva sulla pelle, nel cuore, nel ventre, nel cervello, un amore ricambiato e vissuto con eguale intensità e coinvolgimento ma ancora immerso nelle paure…  

To be continued…

M.M.     

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Il percorso di Elisa… (chapter thirteen)

up

Seguendo scrupolosamente le disposizioni impartitele, Elisa arrivò alle otto in punto a casa del Padrone, aprì la porta senza fare rumore e si diresse in bagno camminando in punta di piedi, dopo essersi denudata prese ad indossare ciò che lui le aveva preparato. Uno scamiciato a fiorellini abbottonato sul davanti, ciabatte da casa e capelli raccolti in un foulard annodato sulla testa, look da “serva”, niente trucco, niente calze, niente intimo. Dopo un’ultima occhiata allo specchio si diresse verso la camera da letto, bussò, alla risposta: ”avanti” entrò nella stanza: “buongiorno Padrone”, “buongiorno cagna”, “cosa gradisci Padrone?”, “una tazza di tè caldo”, “zucchero o miele Padrone?”, “miele, il tuo cagna”. La donna abbassò il capo manifestando obbedienza. Alcuni minuti dopo ricomparve reggendo un piccolo vassoio con una tazza fumante e un cucchiaino, appoggiò il tutto sul comodino e si posizionò in piedi di fianco al letto. Dopo aver sbottonato e aperto il grembiule, divaricò le gambe, prese il cucchiaino ed iniziò a leccarlo e succhiarlo con lascivia, dopo averlo ben insalivato se lo infilò tutto nella fica e prese a muoverlo dentro. Lui era sdraiato nudo sul letto, palesemente eccitato ma silente, quando i loro occhi si incrociarono lei non resse lo sguardo perverso e penetrante del Padrone, scaricò senza alcun ritegno in modo quasi animalesco. Ancora ansimante sfilò il cucchiaino e lo immerse nel tè rigirandolo lentamente…

In un rapporto Padrone/cagna la ritualità ha valenza fondamentale, crea un adattamento, una accettazione psicologica che trasforma il corpo in strumento per nutrire di piacere la mente. E’ uno scindere il godimento istintivo del corpo da quello cerebrale, una scissione che rende la carne sottomessa e dominata dal pensiero padrone dell’indole. La differenza tra l’essere una cagna vera e il praticare “giochi” trasgressivi con partner occasionali, la si evince proprio dal trasferire e accentrare il godimento nella psiche. Un Padrone degno di definirsi tale scopa soprattutto il cervello, lo fa passando attraverso il corpo invertendo l’ordine “fine/mezzo”. Una “pseudo cagna” che sperimenta usa la propria fisicità per giungere anch’essa ad un piacere mentale ma questo è elaborato, finalizzato ad un soddisfacimento egoista, è lei ad usare il Master di turno. La “cagna vera” vincola il proprio godimento a quello del Padrone. Come si è già detto in precedenza, il Padrone gestisce totalmente la sessualità della cagna. Quando si compie un “Percorso” come quello di Elisa, magari in età adulta, si ha un SOLO Padrone per tutta la vita, una figura insostituibile.

Aspetto essenziale è il coinvolgimento emotivo, Elisa ama “con le vene” il Padrone così come lui ama lei, un sentimento nato dall’incastro di due esigenze, due tendenze che si compensano perfettamente al punto da fondersi, saldarsi, diventare un “blocco” unico. La consapevolezza del proprio “ruolo” è la chiave di volta. Un Padrone scardina resistenze e reticenze, si impossessa delle mappe più intime, segrete, inconfessabili della cagna, questo significa “scopare il cervello”. Un Padrone non crea un cagna, no, fa emergere l’indole della cagna, seppur latente ma esistente, abbatte barriere e steccati trasformando pulsioni da sempre represse in fonte di appagamento reciproco.

To be continued

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter twelve)

127

Il rollio della barca ancorata al largo masturbava la mente di Elisa, una sensazione erotica adolescenziale, lo spazio infinito, l’assoluta sensazione di libertà, il solletico della brezza le induriva i capezzoli. Il caldo abbraccio del sole e il silenzio interrotto, con discrezione, dal timido canto dell’acqua che avvolgeva e percorreva lo scafo in un massaggio misterioso e inquietante… procuravano in lei un irresistibile bisogno di protezione, quella protezione che solo lui riusciva a darle. Istintivamente girò la testa per cercarlo con gli occhi, lui stava trafficando con delle cime, indossava solo pantaloncini neri bardati da una riga rossa, si muoveva sicuro dietro i suoi inseparabili occhiali da sole, osservandolo silente le venne in mente quella volta in cui…

Elisa uscì dall’ufficio intorno alle 19,00, con passo svelto si incamminò verso il parcheggio sotterraneo distante un isolato, il traffico era caotico come i pensieri che si accavallavano nella sua mente. Una galassia composta da numerosi pianeti che gravitavano, inesorabilmente, intorno a lui, intorno al suo Padrone, una presenza costante vissuta come linfa vitale. Accadde tutto rapidamente, una mano afferrò la cinghia della borsa che portava a tracolla, lo scooter accelerò facendola cadere e trascinandola sull’asfalto per alcuni metri, fin quando non si separò dalla borsa, perse i sensi. Si riebbe sulla barella di una ambulanza, una giovane infermiera si stava prendendo cura di lei amorevolmente immersa nella solidarietà femminile: “è stata scippata ed è ferita, stiamo andando al pronto soccorso, stia calma e tranquilla”. Nella sua mente il primo pensiero fu lui: “per cortesia, ha un cellulare? Devo assolutamente avvisare con urgenza una persona”, “adesso non è possibile, appena arriviamo in ospedale”. Il suo non era un codice rosso e così si ritrovò su un lettino in corsia, l’infermiera le porse il cellulare, parandosi per riservatezza la bocca con una mano: “Padrone, mi hanno scippato la borsa, sono all’ospedale…”, lui disse semplicemente: “arrivo”.

Quando uscì dal reparto radiologia lui era lì ad attenderla, si avvicinò al lettino e le prese la mano senza dire niente, i due portantini la parcheggiarono nella affollata corsia del pronto soccorso e le dissero di attendere la chiamata del medico. Rimasero soli tra la gente, una sensazione che li univa, lui era veramente bravo in questo, riusciva a trasmetterle intimità ovunque, anche in uno stadio affollato, creava barriere tra loro e il resto del mondo. Si abbassò e le diede un bacio sulla fronte, lei gli raccontò l’accaduto, lui ascoltò senza commentare, la lasciò sfogare, le strinse ancora più forte la mano quando lei si immerse in un pianto liberatorio, un pianto prodotto non solo dallo stress ma anche, forse soprattutto, dalla gioia di avere lui vicino in quel momento, si sentiva sicura, protetta, una protezione quasi paterna.

Un medico di mezza età, con lo sguardo lubrico, si avvicinò e disse. “non c’è niente di rotto, solo contusioni ed escoriazioni, poiché ha battuto la testa facciamo anche una TAC per sicurezza, dovete pazientare ancora un pochino”. Lui colse negli occhi del medico qualcosa di strano, intuì subito, guardò sotto il cuscino e vide calze e reggicalze appallottolati: “questa roba chi te l’ha tolta?”, “lui,  il dottore”, “non una infermiera?”, “no Padrone, proprio lui”. Gli occhi divennero di ghiaccio, Elisa conosceva bene quello sguardo, che un uomo potesse sfilare calze e reggicalze alla sua cagna era qualcosa di inaccettabile, anche in un pronto soccorso, lei colse sul suo volto quelle impercettibili vibrazioni frutto di una crescente rabbia. Sempre in corsia, sempre tra la gente, lui infilò un braccio sotto la copertina e andò con la mano dritto sulla fica, quando toccò le mutandine parve calmarsi, Elisa ringraziò il cielo di averle ancora. Il Padrone aveva un concetto di “proprietà inviolabile” molto radicato, integralista, in particolar modo considerava le invasioni non respinte una colpa. Essere cagna significava cedere il proprio corpo al Padrone e proteggerlo, con unghie e denti se necessario, da ogni attacco esterno, secondo le sue logiche una mancata difesa equivaleva a una accettazione, a prescindere dal contesto. Quando il medico le sfilò la lingerie lei era lucida, si adirò con se stessa per non averlo fermato, in quel momento capì perfettamente le lezioni sulla “impostazione mentale” di una cagna, quella che attiva reazioni istintive, non ragionate. Il percorso era ancora agli inizi, sicuramente lui questo lo avrebbe considerato, sì, ma punita comunque.

La mano di lui tra le cosce provocò in lei un lungo brivido, lo spavento era passato, non aveva riportato danni gravi e il pianto l’aveva depurata da ansie e tensioni, ancora una volta tutto ciò che li circondava scomparve, l’intero pronto soccorso scomparve. Lui pareva impassibile, nessuno avrebbe notato ciò che stavano facendo, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare dai sensi, sentì le dita esperte infilarsi sotto le mutandine e unirsi al pelo, a volte la sua delicatezza era più crudele della forza, esasperante, pareva si divertisse a procrastinarle lo scarico tenendoglielo in punta per un tempo infinito, quando la penetrò di colpo con l’indice e il medio credette di impazzire e si morse con violenza le labbra per non urlare. Lo scarico fu devastante, ci vollero diversi minuti per ritornare nella realtà.

Come se avesse percepito su di se lo sguardo della cagna, il Padrone si girò di scatto e lei abbassò gli occhi, raccolse una cima e si diresse verso lei percorrendo lentamente la barca…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter eleven)

Lui guidò con una preoccupante, eccessiva calma, spense anche lo stereo per rendere ancora più assordante il silenzio nell’abitacolo, Elisa fissava la strada paralizzata dall’ansia ma anche da quel calore incontrollabile che le stava infiammando il ventre, cercò di distrarsi per non cadere nelle fauci di un altro scarico appostato famelico nella sua grondante tana. Quando imboccarono il corso che portava verso il centro cittadino capì che stavano andando a casa del Padrone. Lui parlò appena misero piede oltre l’uscio, la sua voce quasi metallica le penetrò dritta nel cervello: “ti voglio completamente nuda, scalza e con i capelli raccolti dietro”, “sì Padrone”. Nella grande stanza da bagno la donna si denudò muovendosi come un automa, nel farlo esplorò con le mani ogni centimetro della sua vellutata pelle, come volesse confortarla e prepararla a chissà quali trattamenti, si soffermò prima sulle generose mammelle guardandole riflesse nello specchio, poi fece altrettanto con le natiche ben modellate, infine scese sulle cosce tornite. Fu la prima volta in cui provò la sensazione di non essere proprietaria del suo corpo, non le apparteneva più, lo aveva ceduto al Padrone affinché ne facesse uso e abuso, sfogasse su esso turpi voglie, ira, febbre del possesso, potere, dominazione, punizioni educative (è molto difficile esplicare l’operato delle forze annidate nelle profonde crepe dell’essere, potenti magneti che attraggono nel “nightwood” della perversione, creano un “tapetum lucidum” che consente di vedere nel buio i sentieri del piacere e percorrerli. Una indole sottomessa si sublima nel cedere la gestione incondizionata del proprio corpo a colui che considera essere la Guida). Raccogliendo i capelli in un elastico cercò di alzare il più possibile la coda, certamente lui voleva una buona presa ma anche collo e spalle libere, punti sensibili nei quali affondare i denti nei momenti in cui si abbandonava alla libidine sfrenata, il solito brivido partì dalla nuca e scese lungo tutte le vertebre. Il cuore iniziò a martellarle nel petto, con lo sguardo chino lo raggiunse in cucina.

Lui era seduto a tavola, indossava ancora i pantaloni e la camicia ma era scalzo, stava mangiando pescando con le mani bocconi di cibo da un vassoio pieno di prelibatezze da gastronomia. La osservò con sguardo severo per alcuni secondi, la stava ispezionando, solo in quel momento Elisa percepì il suo essere completamente nuda, vulnerabile, inerme, con l’anima scoperta, provò vergogna fino ad arrossire, l’imbarazzo le provocò un percettibile tremore, ancora una volta pensò a quanto fosse abile nell’abbatterle ogni barriera difensiva, quando le ordinò di accucciarsi sotto il tavolo provò un senso di  liberazione da quel forte disagio. Si rannicchiò sul pavimento con la testa tra i piedi del Padrone aspettando, vide la mano di lui cercarla, tra le dita stringeva un gamberetto, lo prese delicatamente con i denti e lo divorò con gusto, stava facendo la cagna, era una cagna, dopo le diede una tartina con mousse di prosciutto, sentì l’istintivo bisogno di leccargli i piedi ma lui la respinse scalciando reimmergendola nell’angoscia.

Terminato il pasto la tirò su afferrandola deciso per i capelli e le disse. “adesso voglio che vai a truccarti, molto pesante, come una puttana da viale”, i suoi occhi di ghiaccio inibirono senza meno ogni velleità di replica. Quando uscì dal bagno, sperando di aver fatto un buon lavoro, lo vide aspettarla in piedi a un paio di metri dalla porta, lui non prestò attenzione al suo make up da battona, non le aveva dato quell’ordine per soddisfare intuibili voglie, no, aveva in mente ben altro, il trucco aveva finalità diverse. Per un braccio la trascinò davanti allo specchio antico, dopo averla fatta piegare in avanti la penetrò brutalmente intimandole di non scaricare. La chiavò bestialmente per una manciata di minuti che a lei parvero ore, più volte temette di non riuscire a trattenersi, strinse i denti, si morse le labbra, un’altra disubbidienza le sarebbe costata supplizi di gran lunga peggiori. Si fermò di colpo, lo tirò fuori fradicio di umori e, senza alcun riguardo, la sodomizzò con altrettanto vigore strappandole un urlo che rimbalzò sulle pareti della grande stanza. Il lupo aveva azzannato l’agnello. Con la sinistra le stringeva i capelli tenendole ben ferma la testa, con la destra le bloccò i polsi dietro la schiena. Iniziò una violenta invasione, crudele, quando il mascara sciolto dalle lacrime prese a segnarle il volto, lui le spinse con forza la faccia contro lo specchio rigirandogliela più volte. Diede soluzione di continuità al suo assalto marcando copiosamente il territorio comunicandole appieno il suo essere maschio dominante, lei si accasciò sulle ginocchia cercando di negare a se stessa il piacere bastardo provato attraverso l’umiliazione fisica e psichica. L’uomo ricomparve con uno stick di rossetto in mano e tracciò un cerchio racchiudendo l’opera informale dipinta col volto della donna, il suo trucco si era trasferito sullo specchio impastandosi, c’era qualcosa di mistico in quelle macchie rosse e nere, riuscivano a trasmettere una sacralità intima, inquietante. Il Padrone aveva immortalato l’essenza del loro rapporto, dominazione e sottomissione, autorità e ubbidienza, comando e punizione. Con voce ferma ma pacata proclamò: “queste tracce rimarranno qui a lungo, fin quando non avrai imparato che scaricare senza il mio permesso equivale a un tradimento, sono il Padrone del tuo piacere, ciò che hai fatto oggi al maneggio è una ribellione, un tentativo di sfuggire al mio controllo, questo non deve più ripetersi, CHIARO?”, “sì Padrone, è chiaro”.

Fece la doccia, si lavò i denti e andò a letto, lei fece lo stesso ma quando entrò in camera lui disse severo: “stanotte dormi per terra, qui di lato, come una cagna devota”. Alle quattro del mattino il Padrone la svegliò prendendola ancora per i capelli ma questa volta fu delicato (nel tempo Elisa si rese conto che i suoi capelli erano per lui un potente afrodisiaco, durante il “Percorso” le spiegò che li considerava un conduttore di energia, di sensualità, un elettrizzante punto di contatto, una connessione), in silenzio lei seguì il tacito invito a salire sul letto. La posizionò tra le sue gambe muscolose donandole un confortevole calore, provò nuovamente gratitudine, come sotto il tavolo, una gratitudine che rinnovò in lei il desiderio di leccarlo con amore, ciò che aveva davanti alla bocca non erano piedi bensì un prepotente membro eretto…

To be continued…   

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter ten)

Immobile a pochi centimetri dalla vetrata Elisa fissava il rimbalzare della pioggia fitta sul tavolo della terrazza, nonostante fosse notte fonda e avesse spento tutte le luci riusciva a vedere il ritmico, ipnotizzante, balletto dell’acqua. Era la terza sera consecutiva che si preparava inutilmente ma non era amareggiata, la notte del “battesimo”, della iniziazione, le aveva detto: “le volte in cui dovrò mettermi in viaggio ti darò una data indicativa del ritorno, a partire dalla quale ogni sera dovrai preparati per accogliermi senza nessun ulteriore preavviso”. Essere “pronta per lui” significava agghindarsi di tutto punto senza trascurare nemmeno il più piccolo dei dettagli, il suo feticismo per calze e scarpe doveva essere esaltato dall’insieme, abito, trucco, acconciatura, profumo, gioielli… Sorrise ricordando il concetto esplicativo inzuppato in un ditale di improbabile romanticismo: “la mia cagna deve essere una sinfonia, una partizione musicale, una composizione armoniosa, un’opera perfetta… non ci devono essere stonature”.

Nella lunga anticamera della voluttà la mente di Elisa apriva i file dei ricordi, visioni che si trasformavano in impennate di desiderio, la fica iniziava a pulsare, i capezzoli si inturgidivano e il divieto di scaricare zavorrava di libidine il suo bisogno del Padrone. Per un istante fu tentata di concedersi quello che lui chiamava: “uno scarico silente”, subito rimproverò se stessa per il solo averci pensato,  l’avesse fatto non sarebbe riuscita a nascondere i sensi di colpa e lui, inevitabilmente, se ne sarebbe accorto e l’avrebbe punita, un brivido le partì dalla nuca e percorse tutta la spina dorsale. “Silenti” erano definiti gli scarichi raggiunti senza toccarsi e senza far trapelare emozioni, dovette impegnarsi molto per imparare ad occultare ogni minima manifestazione, questo anomalo piacere creava una intimità elevata, una scossa elettrica che investiva entrambi senza contatto, lui glieli ordinava quando erano tra la gente ma anche quando lei era in riunione, in famiglia, con le amiche. Nelle situazioni più assurde, difficili, improponibili… arrivava il comando. Anche quella domenica in cui ebbe il primo “scarico silente” spontaneo pioveva a dirotto…

Mentre dialogava amabilmente a tavola con i suoi genitori arrivò il messaggio: “passo a prenderti alle 16,00 in punto cagna, look sexy elegante”, rispose immediatamente: “sì Padrone”. Controllò l’orologio e ringraziò mentalmente i suoi vecchi, quella di pranzare a mezzogiorno in punto era proprio una gran bella abitudine.

Arrivò puntuale e lei uscì immediatamente saltellando sulle punte verso l’automobile cercando di fasciarsi con lo spolverino, pensò di aver fatto bene ad aspettarlo nel portone, non era affatto un uomo che considerava il ritardo femminile un valore aggiunto al desiderio, tutt’altro. In macchina guardò divertito per qualche istante il disagio di lei causato dalle gocce di pioggia. Alla domanda: “dove mi porti Padrone?”, rispose alzando di poco lo stereo, messaggio in codice che fece piombare la donna in uno stato d’ansia che in pochi minuti divenne eccitazione. La guida priva di conversazione era sempre preludio di iniziative sconvolgenti. L’uomo si diresse verso la tangenziale e dopo svariati chilometri l’abbandonò per imboccare una strada comunale, in prossimità di una collina svoltò in una stradina privata ed iniziò un susseguirsi di curve bordate a velocità ridotta. Oltrepassarono un cancello aperto e proseguirono per un corto viale alberato, giunti nello spiazzo davanti ad una enorme cascina ristrutturata si fermò e spense il motore. Elisa rimase perplessa, pioveva a catinelle, l’aia era una distesa di fango e la distanza da ricoprire, nonostante fosse di pochi metri, pareva abissale. Il clacson squillò e da una porta uscì un omone vestito da buttero che si diresse verso di loro reggendo un grosso ombrello. Andò direttamente sul lato guida, lui scese dalla macchina e nel mentre, solo allora, si rese conto che indossava jeans scuri e scarponcini. I due parlottarono confidenzialmente girando intorno all’auto per andare da lei, lui aprì la portiera e con tono cordiale ma sguardo severo ordinò: “scendi”. Smontare da un SUV con tacchi a spillo, tubino a metà cosce, autoreggenti e senza mutandine è già problematico, farlo davanti ad un estraneo che guarda sfacciato e con la prospettiva di immergere i piedi nel fango diventa angosciante, il Padrone amava renderla vulnerabile mettendola in imbarazzo, in quell’istante colse il perché del look sexy elegante. Il terzetto guadagnò a passo svelto la tettoia stringendosi sotto l’ombrello, lì la donna trovò il coraggio di guardarsi i piedi, uno scempio. Gli uomini ripresero a confabulare dopo essersi spostati di qualche passo lanciandole occhiate preoccupanti. In quegli istanti iniziò a vedere una serie di scenari che la fecero agitare oltre misura, fu una di quelle volte in cui ebbe veramente paura. Quando il buttero rientrò nella cascina e lui la raggiunse sorridendole amorevolmente si tranquillizzò un pochino, la prese sottobraccio: “vieni cagna”. Sempre protetti dalla tettoia andarono sul retro del fabbricato ed entrarono in una specie di scuderia, Elisa pensò di trovarsi in un maneggio e improvvisamente ricadde nel panico, passarono davanti ad una lunga fila di box e lei cercò di distrarsi guardando i cavalli ma il cuore batteva impazzito nel petto.

Approdarono in una stalla con all’interno un piccolo recinto costruito con tubi in ferro, erano soli, lui tacque e lei non osò chiedere… dopo pochi minuti entrò il buttero con una stupenda cavallina dal manto marrone, assicurò le briglie e sparì, ricomparve di lì a breve accompagnato da un titanico stallone che mostrava segni di irrequietezza e smania da eccitazione. Elisa realizzò che stavano per assistere ad una monta equina. Le scene che seguirono si trasformarono in un ferro rovente nel ventre, lui calcò maliziosamente la mano sussurrandole: “per la cavallina è la prima volta”, quella tenera e deliziosa cavallina bramata dal montatore infoiato era “vergine”, stava per essere data in pasto ad un impeto sessuale che appariva essere devastante. Dopo un gioco fatto di effusioni che avevano qualcosa di ambiguamente tenero, lo stallone montò sopra e, aiutato dall’uomo nel recinto, la infilzò inesorabilmente, l’enorme fallo penetrò con la forza di un treno che si immerge nella galleria, una voglia bestiale inarrestabile impregnò il locale trasformandolo in un atipico lupanare, lo stallone prese a chiavarla come un ossesso scalpitando e tenendola ferma con i denti conficcati nel collo. Placato l’ardore il maschio si ritrasse seguitando a sgocciolare copiosi rigoli di sperma, fu in quell’istante che Elisa si senti presa, violata, posseduta, riempita, perse il controllo e cedette ad un traditore “scarico silente”, silente ma non abbastanza per il Padrone, subito si accorse che la stava osservando, quando l’uomo del maneggio portò via il cavallo le disse acido: “hai scaricato senza il mio permesso, cagna bastarda”.

Durante il viaggio di ritorno Elisa cercò di immaginare come l’avrebbe punita per quella grave disubbidienza, il Padrone era giustamente adirato e lei si sentiva in colpa…

To be continued…  

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter nine)

Non temere, ti tengo in equilibrio”, così dicendo lui l’afferrò per le mammelle e la tirò verso se facendola basculare sulle gambe posteriori della sedia, fermò lo schienale sui pettorali e fissò per qualche secondo l’immagine riflessa nello specchio. “osserva bene cagna, per capire cosa sia realmente la fica bisogna guardarla dal basso verso l’alto, una prospettiva che ne esalta l’arroganza, la forza, l’immortalità del desiderio. Un baluardo in grado di reggere miriadi di assalti. Eccola… anarchica, tentatrice, ammaliante, a volte rassicurante a volte inquietante, sorniona e infida capace di sanguinare per giorni senza morire, gattina e tigressa, diabolica tagliola e tempio da profanare. Nel suo essere perniciosa la fica è il vero peccato originale, esaspera la maschia virilità per poi avvilirla… avviluppa, imprigiona, si sazia ed espelle i resti, sfratta la resa”.

Dopo aver rimesso la sedia in stabilità lui infilò le mani sotto i braccioli, divaricò il medio e l’anulare della sinistra ai lati delle grandi labbra tirandole su il cameltoe per denudare la clitoride, con il pollice e l’indice della destra iniziò a “segarla” con scafata destrezza. Il sincero sospirare rendeva Elisa ulteriormente vulnerabile, l’uomo si fermò più volte per alienarle lo scarico, in un attimo di lucidità lei capì che glielo avrebbe concesso solo se lo avesse implorato con umiltà e sottomissione… Così fece.

I momenti di quiete successivi agli scarichi devastanti erano quelli in cui lui vestiva i panni del Maestro Educatore, nel tempo la donna imparò a capire che questa era una sua peculiarità, a lui non interessavano impegni estorti in fase di alterazione, no, a lui premeva dettare le linee guida interloquendo col suo cervello, non con i punti anatomici sensibili. Il percorso doveva compiersi su una direttrice razionale, quella dei sensi sarebbe stata troppo delicata, temporanea. Rispettando l’efficacia psicologica della gestualità spostò la bocca verso l’altro orecchio e assunse un tono di voce fermo: “il rapporto Padrone cagna è una fusione che si realizza abbracciando una logica perversa, lo si vive attraverso disubbidienze imposte e conseguenti punizioni, il Padrone ordina alla cagna di sbagliare per poi punirla, la cagna non può e non deve trasgredire un ordine prendendo iniziative. Per quanto possa sembrare anomalo, contorto, questo è il concetto base, il labirinto che conduce negli abissi del piacere. La dominazione si espleta attraverso castighi, imposizioni e umiliazioni che definiscono i ruoli solo in superficie, calandosi negli oscuri anfratti è concettualmente impossibile stabilire chi sia il vero nocchiere. Un sodalizio, un intreccio di questa natura, non è annoverabile tra le concezioni di DAF in quanto trattasi di un do ut des e non di un appagamento unilaterale, il mio piacere nasce dal tuo e viceversa, il mio essere Padrone si intreccia e salda col tuo essere cagna”. Il tono si fece autoritario: “assumerò la gestione totale e incondizionata della tua sessualità, senza il mio permesso, senza il permesso del tuo Padrone, non potrai più scaricare. Convoglierò il tuo piacere verso i miei desideri, il tuo godimento si voterà esclusivamente al mio e sarà finalizzato al soddisfacimento delle mie turpi voglie…”. Elisa interpretò la pausa come una richiesta di accettazione, abbassò lo sguardo e sussurrò: “sì Padrone”, con asprezza:“non ho finito cagna”, “perdonami Padrone”. La voce dell’uomo divenne suadente, narrante, parole fuori campo che avevano il potere di rendere nitidi gli scenari: “Quando sarai una schiava perfetta vivrai la tua avvenenza con imbarazzo, fastidio, gli avidi sguardi degli uomini diventeranno tentativi di invasione nella proprietà del tuo Padrone, attacchi al TESORO del tuo Padrone. Arrossirai nel raccontarmi i ballon d’essai di abbordaggio e apprezzamenti a te indirizzati, avremo una vita sociale nella quale emanerai con eleganza e raffinatezza il tuo profumo di preda, quando la timidezza avvolge il corpo provocante di una donna il subliminale richiamo della fragilità diventa irresistibile, le intraprendenze dei maschi attratti daranno vita a severe punizioni che ti elargirò senza clemenza alcuna”. Elisa non esitò: “Padrone, da quando sono stata tua gli occhi degli uomini sul mio corpo mi creano disagio…”, nella spontanea enunciazione del suo pensiero si rese conto che lui stava trasformando orgoglio e vanità femminile in devozione, forza di volontà e carattere in armi per assecondarlo, non per contrastarlo…   

To be continued…

M.M.

Il percorso di Elisa… (chapter eight)

Elisa uscì di casa e prese l’ascensore per scendere al livello box, salì in auto e si immerse nel traffico attivando il climatizzatore ad una temperatura sufficiente per scongiurare il pericolo di sudare. Sapeva bene cosa l’aspettava, a lui non era bastato marchiarla, le aveva dato disposizioni precise senza neanche premurarsi di parlarne prima per rendere più morbido il suo ulteriore passo verso quello che definiva il possesso totale e incondizionato. Il Padrone aveva deciso di farle praticare da un chirurgo tre fori per parte lungo le grandi labbra, sei occhielli che gli avrebbero consentito di allacciarle la fica con un nastro di seta rosso vermiglio. Non c’era nessun collegamento con la castità forzata riferibile alle metalliche cinture del medioevo, assolutamente no, prima di possederla lui voleva liberarla, scioglierla, scartarla, come il più prezioso dei doni mai ricevuti, non solo, Elisa percepiva chiaramente cosa avrebbe provato lui nel portarla tra la gente ignara dopo averla infiocchettata. Il loro rapporto Padrone/cagna era la sublimazione dell’intimità, nessuno sarebbe mai stato in grado di capirlo o intuirlo, per lei questo era un valore aggiunto di grandissima rilevanza. Nell’auto ferma in coda si scoprì eccitata, il vulcano tra le cosce era in piena attività e sentì il volto arrossarsi realizzando che non le si sarebbe certo asciugata prima di mostrarsi al medico, essendo una schiava naturale viveva l’imbarazzo come un potente e incontrollabile afrodisiaco. Un forte rumore proveniente dalla strada le fece girare di scatto la testa, a pochi metri da lei una rete delimitava un cantiere, all’interno un giovane operaio dal fisico possente perforava l’asfalto con un grosso martello pneumatico, aveva le gambe divaricate e manovrava l’attrezzo con vigore e perizia. Una lotta impari, uno squilibrato gioco di forza, penetrava il manto stradale come fosse burro, senza titubanza né delicatezza. Da quando aveva iniziato il suo percorso, Elisa aveva scoperto di avere una particolare predisposizione nel rapportare al sesso la quotidianità, era stato lui a destarle questo lato dormiente, ne aveva destati tanti, aveva iniziato a destarglieli fin dalla sera in cui la tirò fuori dal purgatorio per portarla su quelle montagne russe che compivano alternate incursioni nel paradiso e nell’inferno.

Alle 21 in punto, in piena tachicardia, premette il numero dell’interno che aveva ricevuto via sms, si accese il videocitofono e passarono una infinità di secondi prima che lui parlasse dopo averla osservata attentamente nel monitor: “ultimo piano, sali a piedi”. Per un fisico avvezzo ad attività ginniche sei piani di scale sono un’inezia ma il risalirli in preda ad un forte stato emotivo diventano il K2, trovò un passo che non la facesse arrivare troppo presto né impiegare troppo tempo, non voleva dargli l’idea di correre tra le sue braccia ma neanche deluderlo facendosi aspettare più del dovuto. Giunta alla meta lo trovò appena dentro casa che teneva la porta aperta, si fissarono negli occhi senza dire parola, lui immobile spostò lo sguardo sulla sua scollatura, le rigogliose mammelle danzavano un sensualissimo su e giù ritmato dal respiro affannato. Si sentì di nuovo fragile, vulnerabile, il bastardo aveva trovato un modo quasi sadico per abbatterle ogni velata velleità di opposizione psicologica, i feromoni crearono una fulminea sinapsi. Sempre in silenzio la prese per un braccio, la trascinò dentro e chiuse la porta, la condusse per alcuni passi vicino al tavolo del salone e dopo aver posizionato una sedia si abbassò i pantaloni, le tirò su la gonna, strappò le mutandine e finalmente le penetrò la vagina facendola mettere a cavalcioni sopra di lui. Entrambi presero il volo, lei impazzì capendo che per lui l’utero aveva significati molto più profondi, più intimi, più vincolanti rispetto al sesso orale e anale inizialmente concepito come carnalità sentimentalmente sterile. Quell’uomo vedeva le cose diversamente dagli altri, percorreva sentieri interpretativi anomali, tortuosi, elevava all’ennesima potenza la “normalità” enfatizzandola, attribuendole il difficile onere di trasformarsi in parametro valutativo. Considerava il coito comune, normale, quasi scontato, il vero termometro del rapporto, una unità di misura. Contraddizione apparente che si sarebbe trasformata in ancora forte e sicura in grado di  non lasciare andare alla deriva il legame.

Seguì una notte di riti iniziatici in cui Elisa prese piena coscienza del suo essere cagna, scoprì quanto la sua clitoride reagisse arrogante e traditrice alle cinghiate sulla pelle levigata, si sottopose senza remore al battesimo D’Annunziano accovacciandosi nel vano doccia con la pelle accapponata dalla gelida maiolica. Colse la differenza tra orgasmo e “scarico”, il primo tende a catturare, ingabbiare il piacere, il secondo ad espellerlo quando diventa devastante, insopportabile. Lui segnò il territorio, come usano fare molti maschi dominanti nel regno animale, depositando il suo seme nel ventre, nello stomaco e nelle viscere, si occupò anche dei capezzoli ma ciò che più di ogni altra cosa entrò nel fulcro esistenziale di Elisa fu il discorso che lui le fece all’apparire dell’alba, finito il quale le regalò con la lingua il primo scarico squirting della sua vita.

La mise a sedere nuda di fronte ad un grande specchio antico bordato da una cornice ottocentesca, le gambe oscenamente aperte e le mani legate ai braccioli della poltroncina, si posizionò sul puffo alle sue spalle, lei vedeva se stessa interamente ma di lui solo una parte dei capelli. Il respiro dell’ uomo divenne una pacata ma ferma voce fuori campo: “Mia adorabile cagna…”.

To be continued…

M.M.